Recensioni

“Ovviamente c’è una chiesa laggiù, e un parco giochi di fronte”: è incredibile come di fronte a una frase all’apparenza innocua possa nascondersi l’orrore di un’angosciante verità e di indicibili sofferenze. Ci sono storie che tutti vorremmo raccontare. Storie di tutti i giorni. È facile distinguere giusto e sbagliato. Agire in maniera corretta, però, implica un’azione, e questa può essere soggetta a varie interpretazioni. I fatti diventano, così, manipolabili e la verità viene sepolta sotto una montagna di silenzi, di volti che distolgono lo sguardo. Per questo motivo, dietro ad ogni verità ci sono persone che soffrono. Soffrono terribilmente. In caso contrario, non sarebbe tanto difficile agire in modo corretto. Una di queste verità fu rivelata dal Boston Globe dopo un’indagine giornalistica durata mesi e mesi di lavoro, domande, pressioni, cause giudiziarie, ostacoli da aggirare, amici da convincere, ma soprattutto dopo la consapevolezza che nessuno avrebbe potuto relegare le loro parole in un angolo una volta raccolta la quantità di prove necessaria.

“Church allowed abuse by priest for years”: nel gennaio 2002, pochi mesi dopo l’attentato terroristico che sconvolse e piegò l’America, un’indagine locale smascherò anni e anni di abusi sessuali su minori da parte di preti cattolici, e dell’operato della Chiesa per insabbiare ogni cosa. Tom McCarthy è l’equivalente del personaggio interpretato da un ottimo Liev Schrieber: un direttore consapevole dell’effetto che una storia del genere può avere sull’opinione pubblica, e per questo ancor più spronato a dare il meglio di se stesso affinché penetri nella coscienza delle persone. In questo caso, la carta vincente sta nella rimozione completa dell’ego (ovvero della ricerca dell’effetto visivo a ogni costo), il che conduce a una regia tanto calibrata quanto invisibile, a una maniacale gestione del cast: Michael Keaton e Stanley Tucci in stato di grazia, mentre gli scatti emotivi di Mark Ruffalo lo eleggono come perfetto punto di contatto con lo spettatore più empatico – senza poi dimenticare John Slattery e Rachel McAdams. McCarthy, che aveva già dato prova di maturità raccontando la provincia americana nei sottovalutati L’ospite inatteso e Mosse vincenti, continua nella stessa direzione, entrando a pieno titolo nella categoria del cinema d’inchiesta, quello che guarda a Tutti gli uomini del presidente o a L’asso nella manica, per arrivare al più recente e spietato Insider – Dietro la verità. Un cinema che il cuore puro dell’America non smetterà mai di fare e promuovere, e di cui il pubblico non si sentirà mai sazio, a patto che non rinunci alla voglia di indagare, di approfondire, di conoscere, senza accontentarsi di una dichiarazione superficiale o di una risposta di facciata (o peggio di consolazione), come troppo spesso si è abituati.

Nessuno esce pulito dall’inchiesta condotta dal team Spotlight, ed è notevole il fatto che mai come in questo caso si possa parlare di film corale: non un solo attore prevale sull’altro, non un solo personaggio ha la morale completamente dalla sua parte, condizione resa evidente anche dal minutaggio loro riservato. McCarthy assume la doppia forma di deus ex-machina e di spettatore imparziale, semina indizi, disvela accuratamente e in maniera certo appagante per il pubblico un’oscura macchinazione che coinvolge i ranghi più elevati della Chiesa Cattolica, ma al momento giusto ci ricorda che un’inchiesta diventata caso internazionale è partita a un livello locale. E come tutte le storie di cui si sente parlare in giro da troppo tempo, ci si chiede se anche quelli che hanno avuto il coraggio di parlare lo abbiano fatto appena ne hanno avuto l’occasione. Intelligentemente, come ogni reporter che si rispetti, McCarthy non giudica, ma indica; non condanna, ma suggerisce. Se certe mostruosità proliferano, è perché noi consapevolmente permettiamo che succeda.

Da rimarcare, inoltre, è il notevole lavoro svolto da Masonobu Takayanagi, in grado di racchiudere Boston in una scala di grigi che rispecchia esattamente la portata emotiva di tutta l’opera; così come fanno le musiche di Howard Shore, pedinatrici imperterrite dei personaggi. Il film, in Italia intitolato Il caso Spotlight, sarà nelle sale dal 18 febbraio ed è candidato a ben sei premi Oscar: film, regia, attore non protagonista (Ruffalo), attrice non protagonista (McAdams), sceneggiatura originale e montaggio.

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