• giu
    25
    2013

Album

Columbia Records

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A livello mainstream, l’Inghilterra cantautorale ormai da anni riesce a sopravvivere grazie a nomi, a parte rare eccezioni, perennemente in bilico (chi più e chi meno) tra vero talento per il songwriting pop e sonorità sfacciatamente da classifica: dagli anni Zero targati James BluntJames Morrison e Paolo Nutini agli anni Dieci di Ben Howard e Ed Sheeran(quest’ultimo esploso anche negli USA) abbiamo assistito ad un continuo ricambio di facce pulite – ma sempre con qualche sassolino nella scarpa – in grado di mettere d’accordo madri e figlie.

Nel 2013, se tutto va come previsto, dovrebbe essere il turno di Tom Odell. Classe 1990, nato nel West Sussex e fin da piccolo appassionato di pianoforte, Odell ha visto aumentare le proprie quotazioni mediatiche mese dopo mese: dall’inclusione nella lista BBC Sound of 2013 fino alla vittoria ai Brit Awards nella categoria “Critics’ Choice” (negli ultimi anni ci sono passat Adele, Florence & The Machine, Emeli Sandè, Jessie J… ovvero i principali nuovi bestseller del made in UK).

I due singoli radio-friendly – Hold Me e Another Love, contenuti nell’EP Songs From Another Love – sono bastati per trasformare il biondo piano man nell’ennesima nuova promessa del pop inglese – nonostante risultati per il momento migliori in territori mitteleuropei – e per creare attorno all’album di debutto quella classica attesa (spesso arma a doppio taglio) destinata agli esordi da grandi numeri. Long Way Down, pubblicato via Columbia e posticipato per una release il più possibile internazionale, è un dieci tracce che viaggia in acque sicure dalla prima all’ultima nota. Colonna sonora ideale per le ultime inquadrature in slow motion – artificialmente commoventi – di qualche teen drama, la musica di Tom Odellè alla perenne ricerca dell’emozione.

Odell – che tra un mesetto aprirà per i Rolling Stones ad Hyde Park – sembra onesto nella sua fragilità dai tratti romantici, ma rischia spesso di eccedere nell’ostentare intensità: lo fa tanto nei passaggi piano e voce (Long Way DownI Think It’s Going to Rain Today) quanto nei brani più dinamici (in zona Starsailor), vicini ad un certo modo di intendere il pop inglese fermo al post-Parachutes. Si allontanano leggermente dai binari balladry gli accenti Veilsiani di Till I Lost eSupposed To Be: strofa sulla falsariga di Lay, Lady, Lay e chorus vagamente riecheggiante Bowie.

L’estro non manca – pur non avvicinandosi al colpo di genio del primo Ben Folds – e dalla sua, oltre all’età, Odell può sicuramente vantare doti canore interessanti – in Sense scatta il confronto, blasfemo, con Jeff Buckley – ma il risultato complessivo di Long Way Down è fin troppo stantio e pulito ( il “My skin is rough but it can be cleansed” di Can’t Pretend suona quasi come un manifesto). Talmente innocuo da non lasciare traccia.

In quanto cantautore nessuno si aspetta da lui chissà quali innovazioni (proprio dieci anni fa usciva un elogio alla semplicità come O di Damien Rice), ma almeno qualcosa di più di una manciata di canzoni che “se mi capitano durante uno zapping radiofonico non cambio necessariamente stazione”.

19 giugno 2013
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