• mag
    13
    2014

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Mercury, Universal

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Col tempo Tori è diventata un classico, anche se negli anni ha tentato di svariare, spiazzare, sperimentare, rileggersi. Recentemente, ad esempio, ha firmato un disco di musica colta per la Deutsche Grammophon (Night of Hunters del 2011) e un musical (The Light Princess, del 2013) in collaborazione col London’s National Theatre, senza scordare che nel mezzo c’è stato Gold Dust, nel quale ha riproposto in chiave orchestrale alcuni cavalli di battaglia del repertorio. Ma il dato più importante è probabilmente un altro: lo scorso agosto Myra Ellen Amos ha compiuto 50 anni, il che presuppone – anche dal punto di vista artistico – un carico di esperienze preponderante sulle future possibilità di scoperta.

Tempo di bilanci insomma, a cui ci si può adeguare o rassegnare, in entrambi i casi con diversi gradi d’intensità. Ebbene, con questo Unrepentant Geraldines in effetti Tori sembra arrendersi al proprio repertorio, ovvero alla se stessa come somma di “prestazioni” espressive. Ma lo fa con determinazione, con lucidità, senza preoccuparsi di tenere il passo della contemporaneità né di tenere testa alle vette del passato. Semplicemente, fa quello che le è sempre riuscito meglio: traccia dopo traccia tenta di provocare subbuglio per mezzo di una grande canzone. Talvolta (inevitabilmente?) scade nel cliché, ma il passo è quello delle autrici di razza e delle interpreti che sanno di poter contare su un quid forte.

Il suo tipico piano dal fraseggio liquido e penetrante, quella voce che si agita in un gioco di ombre e lirismo affilato, il consueto apparato di testi cui una recensione non può rendere giustizia (tra i temi affrontati: libertà e dignità delle donne, arte figurativa, l’affaire Snowden-NSA…), sono la struttura portante di quattordici pezzi – perlopiù ballate – che gravitano attorno a suggestioni folk dal piglio traditional venato di rapimenti Broadway e intrighi fiabeschi. Se Oysters bazzica incanto bizzarro e cinematico e se Trouble’s Lament mastica tremori folk-blues col veleno in gola nei modi che ben conosciamo, Weatherman e Maids of Elfen-Mere si rifanno con una certa evidenza al femminino ipnotico e misterioso Kate Bush, mentre Wedding Day e America si sgranano elettroacustiche in punta di solennità come dei Fairport strattonati Fleetwood Mac.

Poi ci sono le deviazioni, come una Giant’s Rolling Pin che innesca vampe rag da brass band garbata e acidula (e dalle vaghe ascendenze Macca via Norah Jones), o ancora le nuances e le pulsazioni digitali dell’estatica 16 Shades of Blue, le astrazioni reggae della title track con le accelerate radenti Police e infine quella Rose Dover che svaria agile tra brume teatrali e ugge glam come una piece compressa. Non mancano le cadute, come la fin troppo indulgente Promise (cantata assieme alla figlia Tash) e una diffusa tendenza al didascalico (si senta Wild Way), ma nel complesso Unrepentant Geraldines resta una prova dignitosa con qualche passaggio coinvolgente.

29 maggio 2014
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