• Gen
    30
    1996

Classic

Thrill Jockey

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Quarantuno minuti algidi e febbrili, progressivi e secchi, onirici e sferzanti. Rock strumentale applicato alla, scompaginato dalla, aperto ai riflussi della memoria e allo stesso tempo aggrappato con tenacia al presente, al suo mutare senza posa.

Dove eravamo? Loro a Chicago, nel 1996. Noi nell’attesa che accadesse più o meno tutto, ovvero nella risacca del grunge ormai sepolto (anche se si ostinava a respirare), eppure/oppure felicemente strapazzati dalle alterne vicende di britpop, lo-fi, trip-hop e in procinto di farci sconcertare (rapire? angosciare?) dal post-rock, così battezzato un paio d’anni prima da Simon Reynolds (nella celebre recensione di Hex dei Bark Psychosis). Brulicava, ebbene sì, il post-rock: in quel ’96 ancora un affare per pochi in attesa di esplodere. Gli Slint avevano preannunciato crollo e riedificazione dell’idea stessa di rock coi loro due lavori già definitivi, ma non poteva bastare: in questo senso, i Tortoise non alzarono il tiro, lo sventagliarono a trecentosessanta gradi, strapparono il sipario scoprendo gli “interminati spazi” di là da esso, chiamando a raccolta suggestioni e attitudini che sintonizzavano frequenze minimaliste, avant-jazz e kraut-rock.

Dovendo tracciare dei confini entro i quali decisero di muoversi quei sei – al quintetto di partenza (John Herndon, John McEntire, Douglas McCombs, Dan Britney e Bundy K. Brown) si era aggiunto l’ex-Slint David Pajo – in Millions Now Living Will Never Die diremmo Steve Reich, Gary Burton, John Zorn, Neu! e pure una spolverata di Morricone, ma si tratterebbe di coordinate aleatorie, destinate a dissolversi alla prima folata di vento. Nomi comunque accomunati dal loro muoversi a cavallo di confini sfarinati – la contemporanea, il jazz, il rock, la classica, l’elettronica, l’avanguardia (minimalismo, serialità), il country-folk, la psichedelia… – per fare di questo nomadismo stilistico un luogo espressivo, un codice.

Quasi a porre in apertura le fondamenta di ciò che sarà questo disco e oltre, Djed sciorina quasi ventuno minuti di meditazione/escursione che sfilacciano il concetto di suite in sella a un marchingegno krauto (prima è una marcia tra farragini digitali, poi un incedere serafico e quadrato di basso/batteria su emulsione di synth) con propensione jazzy (quei riccioli di piano elettrico, lo sfarfallio percussivo) senza voglia apparente di raggiungere mete né definire strutture. Sempre negate anzi ad ogni svolta, come uno spegnersi del sistema, fare reset e ripartire, ora adombrando una lenta trasfigurazione dub, ora aprendo a refoli esotici, ora dissolvendosi tra nubi electro-wave. Il fuoco dell’obiettivo coglie il suono vicinissimo al suo compiersi, quasi ancora al livello di congettura, così che pare di scorgere la vibrazione tra l’attimo in cui non c’è e quello immediatamente dopo.

Impalpabile e flagrante insieme, sembra oscillare tra dimensioni diverse che ugualmente lo sostanziano, come in un invito costante alla sinestesia percettiva (sembra un sipario di luce quel vibrafono, tracciano sbuffi di colore freddo quelle corde, c’è odore di polvere incendiata tra quei fraseggi tremolanti di tastiera, quasi puoi sentire la ruvidità di quelle pseudo percussioni sintetiche…). Il taglio della tela assume l’aspetto di una cesura, un’interruzione del flusso sonoro, salto del pick-up o errore del laser, guasto dell’apparecchio, fall out digitale: dopodiché è un saettare di bolidi nel fumo, distorsione di coordinate, stordimento nella cineseria androide, devoluzione elettronica. Mentre un loop gracchiante gratta il timpano, prima della trasfigurazione soul in chiusura, ottusa e allibente, come svegliarsi ancora uomini e non crederlo.

Il dado è tratto, è ruzzolato ed è andato ad infilarsi nella crepa: le successive cinque tracce danzano sulla corda tesa tra reale e virtuale, tra distacco e stordimento, furia e forma, superficie e profondità. Il valzer blues jazzato di Glass Museum compone un cadavere cinematico in cui le chitarre tornano a pennellare sicure scorci ambientali, immerse in una fregola di vibrafono-batteria, ma ad un certo punto sterza con asprezza sincopata in un incendio percussivo, affonda la lama, e si ritrae soddisfatta, anche se il fiato è spezzato e un velo di sudore ci gela le spalle. In qualche modo è una danza degli opposti, l’evidenza della loro organicità come un’autopsia dei tempi che corrono. Questo spiega il brivido, il timore, quel senso di agguato dietro l’angolo, l’improvvisa impressione di vulnerabilità.

È muovendosi tra queste coordinate che A Survey staglia un fraseggio stopposo di chitarre acustiche su field recording rurale (simulato?) ed emulsione sordida di synth, così come il conato math-rock/improv jazz di The Taut And Tame mette in primissimo piano un drumming secchissimo, morsi di corde su impalpabile loop cibernetico e vibrafono effettato. Dear Grandma And Grandpa è invece immersione pura/impura nei tremori electro come un capolinea di tante vaticinazioni new wave, ombra di luce raggelata che s’apre all’aria da soundtrack fumosa di Along The Banks Of Rivers, chitarra morriconiana, drumming sfarfallante, jazzitudine indomita, organo brumoso e tastierina a contrappuntare/rimagliare la malinconia.

Alla fine del programma, sembra di essere usciti da una bolla densa, da un’atmosfera liquida che ci ha lasciati intrisi della sua alterità. Dire post-rock nel caso dei Tortoise – che tra i primi hanno reso sostanziosa questa definizione, persino autorevole – significa ipotizzare una dimensione che vede il rock implodere all’interno del proprio immaginario determinando un vuoto, una stasi pneumatica in cui la prassi emotiva del rock sembra sospesa, in attesa di un nuovo necessario per tempi che hanno visto polverizzarsi i riferimenti, le prospettive fideistiche a cui il rock era in molti modi legato. Proprio quel vuoto è anche il motivo per cui quell’implosione somiglia a un’espansione, e forse lo è, una tabula rasa non tanto di segni sonori (comunque riconoscibili) quanto della loro modalità di combinarsi e strutturarsi in una forma (canzone o meno – o più).

Post-rock quindi e ancora una volta (in senso slintiano) come abbattimento e riedificazione, lasciarsi alle spalle il codice esausto per ripensarlo come espressione mimetica di un presente in procinto di frammentarsi in sfaccettature innumerevoli, disponibili e simultanee. Uno sguardo slogato, vasto, che contiene il momento, non contempla la rigidità dei riti e dei ruoli (a partire dai musicisti delle band post-rock, poliedrici per elezione e oserei dire per statuto), votato alla rappresentazione di un presente che elabora costantemente i molti passati e si perde nei miraggi degli inestimabili futuri.

Implosioni di frontiera, limite estremo che (perché) nega ogni prospettiva, sguardo gettato sul ribollire di stilemi al crocicchio di mille possibilità. Energia e timore, fuga in avanti e stasi stordente. Minimi termini e massimi sistemi, leggerezza e genio, divertimento e shock indelebile: sono i tratti somatici di un capolavoro, di una pietra miliare piantata a segnalare quel momento di metamorfosi epocale, destinata a molti epigoni senza troppo senso, perché tutto il senso era già lì, in quel sentimento che si sarebbe consumato cedendo le armi a una Storia che aveva già deciso sconfitti e vincitori, tecniche e metodi. Un sussulto, una farneticazione, un’invocazione rivolta a quanti sarebbero stati disposti a sentirla, proprio come lo slogan della Watchtower Society citato nel titolo: liberi di pensare che i riferimenti a un’apocalisse allogorica abbiano poi trovato sponda concreta in ciò che stiamo vivendo oggi, musicalmente parlando e non solo.

10 Giugno 2009
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