Recensioni

Consumption
1 The amount of something that is used
2 The amount of a substance that people use
3 (old-fashioned) Tubercolosis
[Longman English Dictionary]
Dopo avere sfornato quattro album nell’arco di poco meno di due lustri, la band britannica dei Toy a sorpresa pubblica un album di cover. La release in realtà è l’espansione del vinile bonus che era allegato per Rough Trade e Dinked alla loro ultima fatica intitolata Happy In The Hollow, risalente a meno di 10 mesi fa. Lo scorso mese il quintetto è dunque tornato in studio per incidere 5 ulteriori tracce e unirle alle 3 precedenti. Forse anche un atto dovuto nei confronti di loro stessi, per raccogliere le forze e schiarirsi le idee, visto che la seconda metà della loro produzione discografia risulta un po’ meno all’altezza della prima. In precedenza erano apparsi invece musicalmente lucidissimi, e la stampa nel tentativo di inquadrali all’interno della scena indie, li aveva collocati a metà tra il post punk e il krautrock. Successivamente l’abbandono della tastierista spagnola Alejandra Diez aveva fatto accusare un po’ il colpo alla band (al suo posto in formazione Max Oscarnold, abituale supporter durante i tour). Per la verità già nel 2015 i Toy si erano cimentati con brani di altri autori assieme a Natasha Khan per il progetto Sexwitch, un mini-album di musica psych-folk con canzoni provenienti da America, Marocco, Thailandia e Iran.
Questo disco dal titolo evocativo si presenta con una copertina raffigurante un elegante profilo femminile: in realtà un particolare di un’opera pittorica della zia del cantante, dove viene ritratto il primo stadio della decomposizione corporea di una giovane donna. L’artista americano Collin Fletcher mi ha spiegato che con il suo artwork di copertina ha voluto enfatizzare il feeling dello stare sottoterra, mentre nel booklet interno ha applicato esposizioni di luce ulteriormente dark per i successivi stadi di, appunto, “consumption”. Rispetto ai loro precedenti dischi Tom Dougall e soci ricorrono ad un uso massiccio di beat elettronici, sintetizzatori e drum machine, attraverso arrangiamenti primitivi e una auto-produzione volutamente grossolana (non è la prima volta che la band entra in studio imponendosi brevissimi tempi di registrazione, e la seconda senza un produttore esterno).
La tracklist del disco raccoglie brani piuttosto eterogenei, sia nel tempo che nei generi, ma va da sé che alcuni di essi già nella loro versione originale ben si prestavano a questa rilettura electro-synth-pop. Il risultato non è sempre all’altezza delle intenzioni, in modo particolare per Down on the Street degli Stooges. D’altronde privare questo pezzo (risalente al 1970) dei gorgheggi animaleschi di Iggy e della favolosamente affilata chitarra di Ron Asheton era una notevole assunzione di rischio già in partenza. Risultato: l’anima rock-blues dell’originale non riesce ad essere tradotta con un sufficiente piglio elettro-sintetico. Le cause sono anche da ricercarsi nella scelta di rendere ancora più asettica e monocorde la voce di Scott, alla quale viene aggiunta una buona dose di eco e riverbero. La cifra stilistica adottata dal cantante funziona piuttosto bene invece per Sixty Forty e Follow Me, perché il timbro delle sue corde vocali qui è incredibilmente vicino a quelle di, rispettivamente, Nico e Amanda Lear. Ancora meglio in Fun City, assai gradevole (non a caso reso disponibile prima della release ufficiale) rifacimento dei Soft Cell, dove le linee vocali che erano state di Marc Almond sono qui più convincenti e si sposano perfettamente con il robotico tappeto sonoro. È una buona cover quella di Always on my mind, un altro episodio proveniente dagli anni ‘80, vedasi Pet Shop Boys, anche se in origine nel repertorio di Elvis Presley. Lemon Incest è invece un sorprendentemente fedele e piacevole “remake” della hit ad alto contenuto scandaloso di Serge Gainsbourg (con la figlia Charlotte). Dove però i Toys fanno pienamente centro è Cousin Jane, la traccia più “antica” del gruppo, risalente al 1967, dal secondo LP dei Troggs: un vero gioiellino che mantiene intatto il sapore squisitamente sixties, ma inserendo nel ritornello ipnotico una certa dose di psichedelia pop in chiave quasi beetlesiana (o kink/primo-floydiana), in direzione psico-glam. Non guasta la presenza di effettate chitarre, strumento forse eccessivamente assente nelle altre tracce. La raccolta viene chiusa in modo azzeccato, visto il generale mood etereo e krautico, dallo strumentale A Dolls House, tema principale della soundtrack curata dal prolificissimo John Barry nel 1973.
È proprio una collezione di bamboline e pupazzetti questo Songs, con canzoni provenienti da un passato sempre meno recente. Forse vale la pena non lasciarle consumarsi sopra un vecchio scaffale. I Toy attraverso le loro reinterpretazioni ce le hanno rivelate come personali ispirazioni, decidete voi se valga la pena giocarci un po’.
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