Recensioni

6.5

Heaven’s Gate è una lunga eiaculazione per cavalcata di batteria e solo hard-rock di chitarra, poi stemperata alla comparsa dei synth. Rappresenta forse il culmine tradizionale dei Trans Am di Thing, ed è un buon punto da cui partire per leggere l’ennesima opera del combo di Washington. Ci serve da pretesto per parlare dei TA come irriducibili massimalisti, che stanno due anni a incidere certosinamente un disco e si reputano ormai sovraesposti nei media. Vorrebbero chiudersi nella culla del proprio suono e, per farcelo capire, mettono la scorza più dura che possono ai brani che realizzano.

Il vezzo – più che la novità – di Thing sono in realtà i vocoder, che ci fanno parlare di una forma hard di Giorgio Moroder, più che dei Kraftwerk. Il riferimento è sempre il synth-kraut più lascivo, a volte preso per se stesso (appena motorizzato, come in Apparent Horizon, che è difficile ascoltare fino in fondo, tanta è la noia che fa insinuare), più spesso virato in bulldozer, o nelle migliori occasioni in matematica androide (Arcadia, dove si riconosce una chitarra ritmica che ricorda tanto i Pink Floyd di The Wall).

In sostanza si nota il tentativo di trovare un sound coeso al massimo grado. Il problema è che la coesione non è accompagnata da estro, ma dà luogo a una forma di scrittura enfatica (anche se ben decostruita, a partire dalla propria banalità armonica, almeno nella conclusiva Space Dock, che diventa peraltro sempre più cosmica man mano che si alza il volume). Inevitabile forse che dopo quindici anni una band si parli addosso. Per evitarlo servono un concept forte e un’enorme lucidità. Qualità che i Trans Am hanno sempre avuto solo in parte.

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