• Dic
    20
    2012

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La Tempesta Dischi

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Ci era piaciuto e non poco, I primitivi del futuro, soprattutto perché sanciva la svolta reggae-dub del gruppo di Pordenone – a suo modo storica, se pensiamo alla produzione precedente – pur mantenendo integro il DNA originale della band. Diversi eppure sempre riconoscibili, i TARM, come ben sottolineava anche un Enrico Molteni intervistato in quei giorni: «È come cambiare abbigliamento a una persona. La persona è sempre la stessa, anche se con colori e taglie nuove. I Tre allegri ragazzi morti rimangono (anti)eroi nemici delle convenzioni anche quando suonano in levare». Quel disco sparigliava le carte in maniera consapevole, affiancando ritmiche giamaicane e bassi corposi a uno stile essenziale ma sufficientemente elastico da poter accogliere senza crisi di rigetto i nuovi input.

Nel giardino dei fantasmi non è l’ennesima inversione di marcia della formazione. L’etnico di cui si parla nei comunicati stampa o nelle anticipazioni web è meno di una rivoluzione, al massimo un aggiustare il tiro che arricchisce di nuove sfumature un suono già fatto e finito (nel disco precedente). Quel che accade, ad esempio, in una Come mi guardi tu fondamentalmente dub nelle atmosfere – seppur con una ritmica peculiare – ma attorcigliata a un riff ripetuto di mandolino. Se di etnico si deve parlare, allora, lo si deve fare chiamando in causa più un’attitudine generalizzata, che uno stravolgimento estetico palpabile: quella, si, presente e rintracciabile nella scansione dei tempi legata al sound africano, in strutture musicali circolari e soprattutto in testi basati su un call and response di stampo quasi blues-tribale (la già citata Come mi guardi tuAlle anime perseBene che siaE poi si cantaIl nuovo ordine).

Semplicità concettuale da un lato, produzione efficacissima – quella del Paolo Baldini già in regia per I primitivi del futuro – dall’altro: queste le due direttive principali lungo cui ci si muove. Per un lavoro che, oltretutto, mette in mostra più TARM “tradizionali” rispetto al disco precedente, seppur aggiornandoli al nuovo corso: l’adolescenza dissotterrata a suon di chitarre elettriche ne I cacciatori, una Bugiardo che monta un punk sui generis su basi ritmiche dispari, il rock un po’ Violent Femmes/Zen Circus de La via di casa, il sound vagamente beatlesiano di Di che cosa parla veramente una canzone?.

Innegabilmente pop, al cento per cento TARM, apparentemente meno ideologico e schierato rispetto al precedente, Nel giardino dei fantasmi è un disco solido, ben suonato e che cresce con gli ascolti, pur non rappresentando, nell’ottica della storia del gruppo, un passaggio epocale.

29 Dicembre 2012
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