• Dic
    01
    2011

Album

The Null Corporation

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Un paio di riflessioni su The Girl With The Dragon Tattoo, seconda fatica musical-cinematografica per la coppia Trent Reznor & Atticus Ross, dopo i premi ricevuti per l’OST di The Social Network. È d’altronde forse questo l’unico modo di affrontare un mastodonte triplo di trentanove brani, fatto in tempi record e con un sostrato di facilità di composizione estrema. Trent è, lo sappiamo, maestro nella costruzione di momenti di inquietudine – NIN compresi, ma non solo. Dunque perfetto per le atmosfere gialle di The Girl With The Dragon Tattoo OST, colonna sonora dell’adattamento di Fincher – a due anni dal primo di Niels Arden Oplev – del romanzo di Stieg Larsson, atto iniziale della fortunatissima, ancorché soprattutto postuma, Millennium series. Il primo commento in proposito fa riferimento alla forte tenuta dell’insieme, e alle linee di coerenza su cui magistralmente il tutto si tiene, pur passando dalla voce di Karen O nell’iniziale Immigrant Song alla distorsione in terzo piano di We Could Wait Forever, come alle percussioni sintetiche di Oraculum.

È un flusso e non può che essere così, per qualcosa che deve la propria esistenza alla “funzionalità” cinematica. E infatti a brani come Hidden In Snow manca solo l’immagine. Reznor, possiamo dirlo, ha trovato un mestiere nella nuova declinazione hollywoodiana della sua musica. E di questa professionalità conosce tutti gli strumenti per dosare intensità e protagonismo. La controparte di un tipo di esposizione ancellare è che l’ascolto singolo rischia di perdere autonomia, e anche significatività. Fatto non in sé grave, da cui si può far discendere un altro spunto.

Nei decenni centrali del secolo scorso, un pittore di nome Pinot Gallizio, lettrista e poi situazionista della prima ora, che aveva inventato un metodo di denuncia della produzione artistica in serie particolarmente rilevante. Dipingeva enormi rotoli di tela, e vendeva i quadri al metro. Come la pizza. Non è forse lontana l’elettronica di consumo – al “metro” di pellicola – a cui si fa il callo negli ultimi anni il nostro Reznor. Una produzione industriale di musica industriale (A Thousand Details è così, potrebbe essere tagliata in qualsiasi momento, come i quadri di Pinot Gallizio), verrebbe da dire. Detto questo, funzionano bene gli ambienti malleati in studio dalla coppia (come l’ambient lievemente dissonante di Please Take Your Hand Away, o Under The Midnight Sun: ancora ambientale pianistico, quasi debussiano). Paradossalmente sono più personali e più da ascolto diretto – per noi figli di Eno – questi brani, nell’economia di un triplo album da quasi quaranta tracce. In sostanza, nel bilancio è fatta salva la qualità, e la capacità di accompagnare, rara qualità, specie per un protagonista come Trent Reznor.

10 Gennaio 2011
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