Recensioni

6.4

Sophomore album per il giovane produttore danese. Stampato sulla sua etichetta, il nuovo disco esce dal digitalismo dell’esordio (The Last Resort) ed entra nell’analogico degli equalizzatori vintage, contemplando una forma di rock-drone che nella Danimarca malinco-dark trova il suo sostrato fondante.

Quattro anni per scrollarsi di dosso la catalogazione dancefloor ed entrare nel mondo delle chitarre allungate dei My Bloody Valentine/Dead Can Dance, tagliando con un po’ di elettronica in odore di Depeche Mode (The Mash And The Fury, Shades Of Marble) e con qualche effetto psicotropo (Haexan) con aggiunte oniric-folk (Neverglade).

Ispirato da un feeling intimista (è stato infatti registrato interamente in casa a Copenhagen), il disco riflette le innumerevoli passeggiate in mezzo a boschi nordici e le lunghe nottate invernali in compagnia degli amici Solveig Sandnes, Josephine Philip e Fyfe Dangerfield dei Guillemots (tutti in featuring come vocalist). Il risultato è un album più caldo e meno squadrato dell’electro cui siamo abituati ad associare Anders, che si lascia ascoltare ma che non sconvolge, pur mantenendo una buona produzione e qualche picco. Per i fan di Mazzy Star e Jaga Jazzist.

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