• Apr
    02
    2013

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Nar

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Osteggiato dall’indiemondo più cool (o pseudo tale) perché poco ortodosso e connesso con la sfera major/”popolare”, troppo fuori target per essere pienamente accettato dal mainstream del bel canto,Tricarico è da sempre rinchiuso in un limbo. Una zona franca i cui confini sono stati tracciati, nel tempo, da una sensibilità ingenua, romantica ma anche capace di attrarre un pubblico affezionato. A noi il personaggio è sempre sembrato un po’ il Syd Barrett della melodia all’italiana: se non sperimentatore come il musicista inglese, allo stesso modo stralunato e convinto sostenitore di una creatività surreale e fortemente legata all’infanzia (chissà cosa avrebbe pensato di lui Gianni Rodari).

Quella creatività che la ormai celeberrima e autobiografica Io sono Francesco del 2000 fece finire in tutte le radio italiane grazie a un “puttana la maestra” capace di fruttare airplay nascondendo in realtà un testo toccante; la stessa che a Sanremo 2008 presentava una Vita tranquilla sgraziata e intensa al tempo stesso, efficacissima nell’arrivare al pubblico meno allineato e più sensibile (con tanto di Premio della Critica). Decisiva nel diffondere il verbo, anche l’umanità di un Tricarico che proprio in occasione del Festival si mostrava pesce fuor d’acqua in un carrozzone mediatico capace solo di schernirlo per la sua diversità. Giglio, il disco pubblicato di lì a poco, finiva per essere una delle produzioni migliori del musicista, se non proprio lo zenith di una carriera votata al cantautorato meno banale.

La sesta e ultima tappa del viaggio si chiama Invulnerabile, dieci tracce (più una Io sono Francesco in versione chitarra, batteria, basso) in bilico tra rock e pop che confermano in pieno lo stile dell’ultimo Tricarico – meno interessato alla filastrocca bambinesca, più “istituzionale” nei toni – pur non aggiungendo quasi nulla al quadro generale: L’America è un buon rock elettrico in mid-tempo che parla di accettare la realtà (“Non so se è peggio ma è / è solo quello che c’è / e non è l’America / ma forse è meglio così“), Riattaccare i bottoni è un inno alla semplicità e all’amore, La natura è una riflessione di stampo quasi baustelliano sul tempo, Amico mio vorrebbe veicolare una certa positività nell’affrontare la vita.

Non tutto riesce alla perfezione (si annusa un po’ di involontaria retorica, ogni tanto) e probabilmente non si tratta del disco migliore del Nostro, ma il musicista milanese è comunque bravo ad aprire parentesi di vita vissuta che ispirano tenerezza, guadagnandosi una certa complicità.

23 Aprile 2013
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