• Mag
    28
    2013

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Se il trip-hop ha avuto un profeta, è stato Tricky. Un merito che non gli verrà mai disconosciuto, ma anche una bella zavorra da cui pure ha tentato a disimpegnarsi negli anni Zero del suo scontento, con album che ce lo hanno mostrato ringalluzzito (l’afflato bluesy di Knowle West Boy) oppure velleitario (le espansioni stilistiche grandi firme di Vulnerable), in ogni caso inevitabilmente sbiadito rispetto ai fasti dei primi lavori in solitario e in combutta coi Massive Attack. Del resto il trip-hop è (stato) uno stile fortemente caratterizzato, sia da un punto di vista geografico che sonoro, perciò facilmente soggetto a storicizzarsi e complicato da rinnovare senza che inizi a sembrare qualcos’altro.

Ok, però andatelo a dire all’ormai quarantacinquenne Adrian Thaws, il quale, in occasione del titolo numero dieci in carriera, si produce in dichiarazioni mirabolanti ma abbastanza tipiche: “sono tornato a fare ciò che mi detta l’istinto“, “molti non saranno d’accordo, ma è un album migliore di Maxinquaye“,  “questo disco parla di me che ritrovo me stesso“, eccetera. Sicumera a palla che lo ha spinto tra l’altro a muoversi per conto proprio fondando un’etichetta, la False Idols, esattamente come il titolo di questo disco che vede il bristoliano dare vita ad una parabola di rinascita e opposizione in quindici tracce. Non a caso il programma si apre costruendo Somebosy’s Sins – sorta di dub inceppato con riffettino ipnotico di tastiera ed il canto affidato ad una Francesca Belmonte in trance oppiacea – sul celebre incipit pattismithiano “Jesus Died For Somebody’s Sins But Not Mine” e si chiude con una Passion Of The Christ dove il Nostro biascica hip hop torvo e madreperlaceo.

La londinese Belmonte è alter-ego vocale nella maggior parte dei pezzi, forse in quelli più riusciti, come Bonnie & Clide (cassa in quattro sotto ai retaggi errebì e gli espedienti cinematici), la radioheadianamente apprensiva Nothing’s Changed e la carezzevole Is That Your Life. Come sua abitudine, Tricky ama nascondersi dietro interpretazioni altrui, come quella di Fifi Rong (nel soul jazz sospeso di If Only I Knew), della nigeriana Nneka (nell’ammiccante Nothing Matters , avvampata di fiati e archi, screziata da una chitarra à la Manzanera) e del soprano androgino di Peter Silberman (nel soul minaccioso e straniante – la scansione ritmica ricorda quella di Mama dei Genesis – di Parenthesis), tutti nomi nel roster della neonata label. Quindi niente guest star, spremitura trickiana in purezza nei modi noti, Bristol-sound recuperato nei suoi elementi base. Con però una voglia di pulizia, di progettualità quasi ingegneristica, che obbedisca in qualche modo all’idea sedimentata di trip-hop, alla sua sagoma mnemonica più che al teso groviglio di astrazioni electro-cinematiche-black dell’epoca.

Pochi azzardi (la cineseria folk letargica di Chinese Interlude, il Chet Baker ridotto a blanda icona di cera in Valentine) e tanta voglia di mostrarsi in possesso di un codice essenziale ma inimitabile (vedi il rapimento brumoso di We Don’t Die), saggia inquietudine da sussurrare nei timpani di una generazione oramai salottiera. Tricky lucida e affila la lama ma evita di affondare troppo il colpo, come se avesse paura di spezzarla. Si riduce così ad olografia di se stesso. Piacevole. Accessorio. Dimenticabile.

17 Maggio 2013
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