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A distanza di tre anni dall’ultimo album in studio We Were Here, i Turin Brakes tornano a pasturare il loro folk-country-pop in Lost Property, un nuovo affondo all’interno di quella forbice che dal NAM dei Duemila ha portato agli Ed Sheeran di oggi. Terza uscita su Cooking Vinyl, Lost Property è un disco fondamentalmente insipido e poco ispirato, che non aggiunge niente di nuovo al recente materiale pubblicato dalla band, e non basta nemmeno la (buona) produzione del sempre bravo Ali Staton a salvare la frittata.

Ciò che non funzionava nel disco precedente, non funziona manco qui: dalla produzione super AOR (Keep Me Around) alla scrittura fiacca e ruffiana (Rome), agli agganci a certo mainstream britannico (The Quiet Ones). Dai tempi degli esordi, in cui la band era associata ad act come Kings of Convenience, Elbow, Starsailor e persino Talk Talk, è rimasto un gruppo che gioca in sicurezza e che fa dell’artigianato hipster la sua bandiera: un folk da carta da parati, ideale per accompagnare l’ultima IPA ad alta fermentazione ed etichetta di design sul mercato.

Parafrasando il titolo di una canzone abbastanza famosa di fine secolo scorso, i Turin Brakes, se escono vivi dagli anni Zero e dal NAM, lo fanno con le ossa rotte, risultando alla fine della fiera come una copia sbiadita dei Mumford & Sons pre-svolta.

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