• Giu
    01
    2006

Album

4AD

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Il secondo disco dei Tv On The Radio ha riprodotto, negli anfetaminici anni 2000, quella ossequiosa e trepidante attesa che ha sempre accompagnato le grandi stelle del rock. Un guazzabuglio di voci di corridoio, indiscrezioni, versioni advance mandate in rete prive di masterizzazione, senza un titolo definitivo, con l’incognita della data di uscita e la tracklist da rivedere.

A riprova che l’attesa fosse quella delle grandi occasioni e il senso di déja vu evidente, anche il cambio di etichetta. Niente più Touch&Go. Per il disco della maturità è parsa subito evidente a tutti la necessità di distribuzioni più professionali e performanti, e quindi ecco i newyorkesi targati major Interscope (sussidiaria Universal) per la distribuzione statunitense, noncuranti delle richieste provenienti dalla base, e pronti a mostrare cinica professionalità e scaltro calcolo programmatico.

E siamo dunque a Return To Cookie Mountain. Il fatidico secondo disco. “Quello della maturità”. Va subito segnata tra i pregi l’avvenuta presa di dimestichezza con i propri mezzi, con il proprio stile, che su Desperate Youth era ancora in fieri. Quel mostro di Frankenstein che è il suono dei Tv On The Radio, a dispetto delle sue caratteristiche meticcie è, invero, ormai riconoscibilissimo al primo secondo di ascolto. Gioca a tutto vantaggio il coacervo canoro che anima tutti i pezzi.

Kip Malone e Tunde Adebimpe nei brani più alla Bowie cantano ancora più alla Bowie; nei brani più alla Gabriel, ancora più alla Gabriel; negli scarti più gospel-soul ancora più gospel-soul. Se è vero che la regola non scritta di tutti i sequel hollywoodiani di successo è quella di aumentare esponenzialmente gli effetti, le esplosioni, le sparatorie, buon viso a cattivo gioco ed ecco Bowie, quello vero, unirsi alla banda nella calda ballata sgraziata di Province. Ma la lunga ombra del duca bianco si allunga su tutto il disco. Wolf Like Me – che si fregia, tra l’altro, del contributo di Katrina Ford dei compagni d’arme Celebration – è una specie di Suffragette City più acida per uno Ziggy Stardust negro da romanza pulp e l’iniziale I Was A Lover è l’uomo che cadde sulla terra, sprofondando in pieno ghetto hip hop. 

Ma i Tv On The Radio non sono sic et simpliciter degli emulatori. Il loro approccio è quello dei ragazzini anni ‘80 che giocavano agli incastri con il cubo di Rubik. La sequenza blu è quella delle plumbee pagine new wave. Hours, complice anche Kazu dei Blonde Redhead, si muove sul passo cadenzato degli Psychedelic Furs e il coro da ululato alla luna, nella migliore tradizione britannica. E ancora la vigoria tutta punk rock di Playhouses, che pare uscita dritta dritta da un Dragnet o un Hex Enduction Hour, se ovviamente a capeggiare i Fall ci fosse stato un deadlocker nero e non  Mark “denti marci” Smith.

Gli arrangiamenti sono tutti estremamente elaborati. Il battito di mani che tiene il tempo in Let The Devil In, lo scampanellio che apre le danze di A Method e l’organetto di Dirty Whirl,  cose che stanno a metà tra un brano r’n’b e un outtake di Peter Gabriel. Sotto il segno di quest’ultimo si chiude tra l’altro il disco.  Wash The Day Away: densa e magnetica, come le costruzioni tecno-melodiche di Us o Up.

Il disco pur nella sua ricercata varietà vive benissimo come un tutt’uno e in fase di scrittura mostra i segni del lavoro di mani ormai sapienti, seppure il déja vu, di fronte a certe armonie, emerga comunque. Ma è un peccato veniale di questi tempi. Che il post modernismo, inteso come assimilazione, rielaborazione e riproduzione di elementi, stili e idee del passato, in nuove forme, sia la prerogativa dominante dell’attuale popular music, fuor di dubbio. I Tv On The Radio ne sono l’epitome. Estremamente divertente, tra l’altro.

2 Giugno 2006
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