• Nov
    27
    2015

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Goner

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Nel 1948 Eugenio Montale pubblicava i suoi Quaderni di traduzione. All’interno, diverse poesie tradotte di autori stranieri, tra cui la bellissima ed evocativa La Tempesta, originariamente di Emily Dickinson. Messe a confronto, c’è uno scarto stilistico e contenutistico tra le due versioni che sottintende la rielaborazione del poeta italiano nell’atto della traduzione o, potremmo chiamarla, trasfusione.

Questo incipit non vuole essere un modo per alzare troppo i toni, ma un parallelismo per meglio comprendere la tipologia di album di cover che ci troviamo davanti. Ty Segall, che potremmo definire in prima battuta il re delle nuove cantine garage-rock americane, non ha mai nascosto il suo amore incondizionato per i T. Rex. Lo ha vissuto inserendosi sempre in punta di piedi nell’immaginario inglese degli anni ‘60 e ’70, quasi in un clima di riverenza per il leader Marc Bolan. Con Ty Rex Segall rispolvera il materiale della band inglese, lo fa suo, e lo restituisce cambiato, seguendo la sua personale poetica musicale. Non ci troviamo di fronte a un progetto come quello di Mickey Finn (batterista dei T. Rex che nel ‘98 mise in piedi una tribute band), ma a un vero e proprio riadattamento. L’album è la versione espansa di due produzioni precedenti: la prima del 2011 (pubblicata in 12’’), che comprendeva sei canzoni, e un follow-up del 2013 con due brani (in 7’’). Viene quindi aggiunta una sola traccia, ovvero 20th Century Boy. Sarebbe fazioso pensare che questa raccolta sia soltanto una trovata commerciale o un disco per riempire un momento morto, considerato che tra poco più di un mese uscirà il prossimo disco solista del musicista (l’ottavo), ovvero Emotional Mugger. Inoltre, Segall è un autore e musicista tra i più prolifici e i più attivi degli ultimi dieci anni, e non avrebbe certo bisogno di questo lavoro per accaparrarsi pubblico.

Tra Ty Segall e Bolan c’è stata una sorta di relazione, in questi anni, e con questo disco si arriva a un traguardo: se prima le cover erano appannaggio di pubblicazioni limitate e di esecuzioni live (nelle quali sono state eseguite versioni spontanee di brani anche di altre band – fra tutte, Black Sabbath, AC/DC, Motörhead), ora diventano un vero disco. Un modo, per Segall, di dare un senso alla sua ammirazione e vicinanza all’universo tirexiano. Lo fa scegliendo brani che prendono in considerazione tutte le sfaccettature della band inglese e che ne restituiscono un’immagine quanto più completa, prima e dopo quel 1970 che fa da spartiacque tra i più psichedelici Tyrannosaurus Rex e i più elettrificati T. Rex.

Marc Bolan, personaggio di culto, non ha mai smesso di cercare il riscatto sociale. In vita non ha avuto quel culmine di successo che si sarebbe meritato (o a cui aspirava), ma dopo la morte il suo ruolo di precursore è stato riconosciuto sempre di più. Forse lo stesso sentimento circonda Ty Segall, decisamente apprezzato sia dalla critica che dal mondo musicale, probabilmente ancora troppo poco per quanto vale. In comune col musicista inglese il Nostro ha anche la tendenza a mescolare sintagmi musicali, nonostante ci si ostini a definire per comodità glam-rock uno e garage l’altro. Le sfumature stilistiche che entrambi riescono ad assumere sono specchio della grande capacità di rendere la propria musica materia viva, sempre in divenire, che si rinnova continuamente riuscendo a rievocare anche generi precedenti: così come Bolan rileggeva il rock’n’roll in chiave glam, così Segall rilegge Bolan in chiave garage. La rilettura è un concetto fondamentale all’interno della cultura in senso stretto, perché non esiste progressione senza una sapiente rilettura e attualizzazione di ciò che c’è stato prima, in qualsiasi disciplina. E la musica è un fenomeno culturale, prima che artistico.

In Segall c’è qualcosa di inglese nel suo essere americano, anzi californiano, e Ty-Rex diviene il perfetto connubio tra queste due attitudini. Gli americani, così diretti, meno sofisticati, grezzi talvolta. E proprio lo stile grezzo e lo-fi è il tratto di queste cover che non suonano come cover. Viene eliminata la patina curata della versione inglese ed emerge con potenza l’essenziale, cruda e realistica interpretazione americana; la distorsione psichedelica diviene immediatamente distorsione da fuzz, in stile garage. Ad esempio, i brani Fist Heart Mighty Dawn Dart (1970, A Beard of Stars) e Salamanda Palaganda (1968, Prophets, Seers & Sages), che nella versione originale hanno un sottofondo leggero di bongo, con Segall si elettrizzano e procedono su una parte ritmica estremamente rock, così come in The Slider (1972, The Slider) spariscono gli accenni di violino per lasciare il posto ai fuzz e alle distorsioni da chitarra. Il lo-fi è componente profonda nel chitarrista americano, ed è particolarmente chiaro in The Motivator, (1971, Electric Warrior), in cui il riverbero portato agli estremi e la chitarra rimandano in qualche modo al periodo acustico/lo-fi segnato dall’album Sleeper. D’altra parte, c’è anche un appesantimento delle chitarre in brani come 20th Century Boy (1973, singolo fuori album poi incluso come bonus track nella ristampa di Tanx), in cui l’hard-rock dà una spinta fortissima al brano, più veloce nel ritmo, eliminando la seconda voce presente nell’originale (interpretata da Gloria Jones), in ottica quasi punk. In nessuna canzone Segall sembra copiare Bolan, a parte nel (piccolo) scivolone di Cat Black, (1969, Unicorn), in cui il californiano cerca l’imitazione del modo di cantare e della timbrica, come il vibrato delle vocali di fine verso.

Potremmo anche dire che con queste cover Segall sembra essere tornato ad alcuni suoi pezzi degli inizi, ad album come Goodbye Bread, Horn The Unicorn, Melted, ma il punto di vista è molto diverso. Non sarebbe adeguato mettere a confronto questa raccolta con i precedenti lavori. Se nelle sue produzioni sono sì presenti le caratteristiche del rock ‘60 e ’70 – T. Rex, Stooges, Hawkwind (già ’70 inoltrati), Black Sabbath – è vero anche che qui la situazione è ribaltata: siamo davanti a Segall che entra nella produzione di Bolan, mentre di solito è Bolan che (intrufolandosi) ispira la produzione di Segall. Non può essere definito l’ottavo disco di Segall, perché è una cosa a parte, è un cosa diversa. È una sottile, sibillina, dichiarazione d’amore.

14 Dicembre 2015
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