• Giu
    01
    2012

Album

In The Red Records

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Ci siamo, è venuto il momento per Ty Segall di agguantare la ribalta garage americana. Non che fino ad ora fosse un perfetto sconosciuto, anzi, è il curriculum a parlare per lui: ex Sic Alps e poi cinque dischi solisti con la messa a fuoco sempre più precisa, senza contare una lunghissima serie di split e collaborazioni che lo indiziavano tra i più promettenti musicisti della sua generazione. Ora Ty passa allo step successivo e se la gioca al pari dei Thee Oh sees o Black Lips, perché Slaughterhouse gode di una ispirazione in continua ascesa e trova beneficio nell'amalgama di una formazione oramai stabile e rodata (Mikal Cronin, Charles Moothart e Emiliy Rose Epstein), tanto che siamo qui a parlare della Ty Segall Band, come se Segall volesse dar peso al contributo dei suoi musicisti.

E veniamo così al disco, che fa essenzialmente due cose: primo opera una sostituzione d'archivio. Spariscono i primi sixties di Greg Shaw per approdare al proto-punk detroitiano, all'hard rock e alle derive prog dei primi '70. L'incipit di Death è praticamente sabbatthiano. Diddy Wah Diddy nasce dalla passione MC5 e Troggs. Wave goodbye macina riff heavy e finisce in una spirale di virtuosismo degna degli Hawkwind, anche se il vero momento prog scatta alla fine con i dieci minuti di Fuzz War, titolo programmatico per una jam tutta in distorsione.

E qui sta il secondo punto di Slaughterhouse, ovvero la capacità di giocare con la struttura delle canzoni, di spaziare dall'hangover della citata Fuzz War alle pallottole punkettare di Mary Ann o Slaughterhouse, fino alle più classiche forme pop che continuano ad essere eredità di Jay Reatard, The Tongue e That's the bag i'm in su tutte. Sono segnali di un songwriting maturo, che non ha più bisogno di nascondersi sotto tonnellate di rumore e che può fare a meno del lo-fi come espediente, decodificandolo in un piacere squisitamente estetico.

E' dunque il personaggio Ty Segall a venire alla luce, se vogliamo anche più del valore intrinseco di Slaughterhouse, che pur rimanendo in lizza per le classifiche di fine anno non può avere la portata di un Let it Bloom. Lì erano altri tempi, e il garage era nel suo momento più cool. Ora che invece bisogna sudare per uscire con forza dal piattume e dalla ripetizione del canovaccio sixties, Segall si dimostra tra i più intraprendenti e preparati ad affrontare la sfida. Meritandosi il top della categoria.

26 Giugno 2012
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Ty Segall

Ty Segall band – Slaughterhouse

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