• Gen
    27
    2017

Album

Drag City

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Molto spesso, quando si parla di Ty Segall, non si può fare a meno di sottolineare la sua stupefacente prolificità in termini di uscite discografiche; a conferma di ciò, il diavolo della Bay Area compie un’irruzione coatta nelle nostre orecchie e col nuovo anno – una sorta di replay di ciò che avvenne dodici mesi fa appunto, con l’uscita del grottesco e dissonante Emotional Mugger. Il Nostro, però, pare voglia dirci che dietro a tutto questo zelo non si celano i meccanismi di un mercato discografico avido o l’assenza di uno scampolo di vita privata (per quanto Segall si sia sempre guardato bene dal rivelarne gli aspetti), ma che sia bensì governato da una frenesia compulsiva, uno spirito carbonaro e do it yourself che il buon Ty si porta dietro sin dai tempi del suo esordio nel “lontano” 2008, quando decise di avvicinarsi ad un guru come John Dwyer (Thee Oh Sees) ed assorbirne la dottrina del fuzz e della “musica sporca suonata in un luogo ancor più sporco”, come ebbe a dire qualche testa coronata del giornalismo musicale che fu. Esordio che per l’appunto aveva stampato nel retro il logo di Castle Face Records, etichetta di Dwyer, ma che soprattutto portava nel titolo il nome di quel maghetto biondo, stralunato e con l’occhio pazzo, plain and simple.

Adesso che il maghetto è diventato stregone e gli anni hanno inevitabilmente fatto (quasi) il giro di boa, ritroviamo Segall alle prese con un atto di autocoscienza, o forse con la semplice pretesa di mostrarci l’ennesimo petalo della sua rosa in maniera più personale, meno filtrata e flirtante con le inquietanti maschere della Sunset Strip, le sordide storie urbane che sembrano uscite dai recessi più oscuri della mente bukowskiana, e le suggestioni da fanta-horror di serie Z. Siamo quindi passati da Manipulator ed Emotional Mugger, che ci sbattevano in faccia l’immaginario di cui sopra e una certa passione per il travestitismo ed i personaggi, e facevano sorgere dubbi e spontanee preoccupazioni circa una possibile crisi d’identità del Nostro, per arrivare al ritorno al nome proprio, all’Io; Segall si sottrae all’esperimento di spersonalizzazione pirandelliana e medita, continua a premere furiosamente su quei capotasti mentre il suo motore da macchina sputa-riff non può e non deve fermarsi: d’altronde lo si fa per l’etica, ma non per il mercato (e in questo Ty Segall si offre come uno degli stacanovisti più genuinamente sinceri della nostra epoca musicale); lo si fa perché là fuori ci sono ancora migliaia (se non milioni) di ragazzi e ragazze molto probabilmente stanchi dell’iconografia slacker e da “sfigati al potere” che l’indie (o presunto tale) dell’ultimo decennio ci ha fatto ingurgitare a forza e con il naso tappato, come se fosse una cattiva medicina, e che aspettano un homo novus che possa guidarli ed illuminarli.

Un redentore, né più né meno. E a questa logica Segall non si sottrae affatto, a dispetto del basso profilo, del fatto che rimane una delle poche rockstar dell’era internet a non avvalersi di alcun tipo di social per promuoversi e comunicare, e per tutto il resto: in questi ultimi anni (non a caso a partire dal periodo di Manipulator), infatti, Segall pare aver messo da parte il cameratismo che caratterizza ambienti musicali come quello da cui proviene, in favore di un’immagine più definita, di un progetto che sì, coinvolge una band (vedi i Muggers), ma che pone anche al centro un frontman autentico, una figura che per distacco svetta su musicisti trasmutati di colpo da principi e valvassori a ranocchi e cortigiani, come quei turnisti carneadi che appaiono come sagome in penombra quasi dietro la backline – ma che cortigiani: quale musicista può permettersi sagome come Mikal Cronin, giusto per citarne uno? E quindi eccolo il Ty versione 2017, ancora a nutrirsi del mito glam di Marc Bolan (autentico feticcio per lui) e ad alimentare il fuoco sacro del rock con mantra in odore di seventies come l’opener Break a Guitar – Segall che ci invita gentilmente a “sbroccare” non è niente di nuovo, direte voi, ma per chi cerca sostanziali novità nella formula, questo secondo eponimo non è di sicuro il posto in cui andare a rovistare. Nel non troppo vasto scrigno di questa nuova fatica, però, si possono trovare tante cose interessanti: curiosi gingilli hard blues (The Only One), rimasugli di polvere punk inesplosa da precedenti capitoli (Thank you Mr. K), o bizzarre collane e accessori che paiono lì quasi per caso, trafugati dal repertorio anni settanta di Elton John (Papers); tutti brani che nella loro diversità beneficiano equamente del tocco magico di Mr. Steve Albini, i cui Electrical Audio, con l’atmosfera umidiccia da seminterrato, conferiscono alle tracce “spinte” un ulteriore strato di sporco e pesantezza. C’è anche del tenero, nel Segall autocitazionista e libero dai costumi: episodi come la ciondolante Talkin’, il singolo Orange Color Queen e la conclusiva Take Care riconducono mente e orecchie dritte a Sleeper, e lontano dalle vibrazioni acide e malevole del precedente capitolo discografico; sembra quasi che Segall voglia farci credere che il tempo di scherzare sia finito, che l’eterno giovane ebbro e scazzato stia lasciando spazio ad un songwriter adulto e maturo, che viene a patti con la voglia di lasciarsi dietro le schegge della chitarra infranta e di sedersi comodamente al piano, sorseggiando del tè, tra fumo di sigaretta. Fine ricreazione, tutti in classe. Eppure, arriva una doppietta come Freedom e il suo “reprise” intitolato Warm Hands, a distogliere lo sguardo da quell’amara e verosimile visione: il breve e concitato esordio della suite, che ci spara in faccia riff e concetti in due minuti netti, e che poi ci conduce senza soluzione di continuità nel dedalo jammereccio della seconda parte, ben più corposa (dieci minuti), e che lascia qua e là scorie di esperienze pregresse come i Fuzz, se non addirittura l’imprinting dei propri mentori – un vago e isterico serpeggiare di foggia dwyeriana.

Quest’omonimo parte due lavora ai fianchi, ma non così tanto come i due illustri e incensati predecessori: Manipulator era votato indubbiamente al concetto narrativo che perseguiva, e non poteva di certo esaurirsi in una manciata di tracce; se ne contavano ben diciassette, contro le dieci (e mezzo, facendo un po’ finta di nulla verso la ghost Untitled) di questo. Emotional Mugger beh, era Emotional Mugger, spietato e freddo come uno sguardo di Lee Van Cleef; qui, a tratti si respira quieto e disteso ossigeno. L’idea è che la prolificità trattata all’inizio sia senza dubbio una caratteristica di Segall, ma anche un possibile ostacolo per la sua necessità di esprimere concetti sempre nuovi e non ripassati e riscaldati, perché il retrogusto che quest’ultima fatica lascia in fondo al palato è che il boccone è sì prelibato, ma è il solito boccone: piacerà ai soliti golosi, difficilmente farà breccia nei palati più fini o che hanno bisogno di essere stupiti. Noi, comunque, una bella scorpacciata ce la facciamo volentieri.

27 Gennaio 2017
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Ty Segall

Ty Segall band – Slaughterhouse

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