Recensioni

Scott Hansen, artista di San Francisco, in arte Tycho, ha innata l’arte della manipolazione, oltre alla capacità di conquistare il pieno riempiendolo di vuoti. Il nuovo Dive non fa altro che confermare il tutto – già santificato dagli altri – agonizzando l’ascoltatore tra piacevolezze dreamy e ottusità monocolori, prima di sparire tra le sabbie mobili di un immobilismo concettuale e sonoro, dove a mancare non è l’equilibrio, ma il cambio di passo, il lancio in profondità, o meglio, la rincorsa.
La ricetta è semplice e mal digerita, come la direzione, troppo pietrificata per questi tempi disinvolti: lenzuolate oniriche in bilico tra post rock a senso unico e (tentate) sensazioni elettroniche. A fare da contorno, l’elemento disturbatore di turno, la variabile post punk (Dive), la freschezza assopita tipicamente eighties (ovunque eppure in nessun luogo) oppure saliscendi danzerecci insignificanti (Coastal Brake), o infine, senza alcuna direzione, vedi l’incompiuta Ascension, sviluppo avariato dopo un approccio sognante invidiabile. Un cambio di velocità standardizzato, dove la creatività viene sommersa dalla maniera (Hours) o dall’apparenza sintetica che non restituisce il fuoco delle intenzioni, senti la sapida Daydream. A Walk rincorre la paura di ballare dei Port Royal, e quasi si sorride estasiati, episodio raro e quasi devastante se rapportato con gli impalpabili riempitivi di Melanin ed Epigram, a futura imitazione degli irraggiungibili Board Of Canada. Dive è pelle, raramente carne e anima, un unicum sonoro fatto d’intenzioni, svuotato di azioni. Le idee, confezionate egregiamente, si contano su una mano con tre dita.
La sufficienza è abbondante e d’obbligo, rincuorata dall’unica immersione, dal respiro ammaliatore di Elegy, strutturata speranza nel futuro. Dive è un’immagine senza immagini, inusuale per un’artista, ridondante per l’ascoltatore.
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