Recensioni

7.3

Vista in prospettiva, la carriera di Tyondai Braxton fin qui sembra la volta di un enorme e fiammeggiante arco dove i confini tra architettura e design, tradizione e innovazione, sembrano fondersi e confondersi. Un arco che diventa un cerchio, se rileggiamo l’epopea del padre Anthony con le giuste chiavi di lettura.

Partendo da formazioni differenti, entrambe le generazioni dei Braxton hanno assecondato un’urgenza precisa: sconvolgere e superare i confini tra generi e tradizioni di annotazione, esecuzione musicale e performance, a partire da una maniacale attenzione per i pattern e la texture del suono. Tyondai, con loopstation e stratificazioni di suono prima e con ibridi massimalisti per laptop e balletto poi, ha aggiornato nel suo tempo il concetto di rock e l’idea che associamo al concetto di compositore ai tempi del laptop, così come il padre aveva fatto con il jazz e la musica da camera e per orchestra.

Messa tra parentesi la parte virtuosa della discografia del primo, è curioso come in entrambi il concetto di improvvisazione, in particolare per Tyondai, sia finito per diventare un risultato accidentale (e anche illusorio) di un meticoloso, maniacale gioco di editing, ed è altrettanto caratteristico il cangiante e colorato impeto con il quale le composizioni di entrambi vengono lanciate letteralmente nello spazio. C’è poi il grande rispetto quasi religioso per i maestri minimalisti (che porta entrambi a incrociare la figura di Philip Glass) e l’altrettanto mistico ruolo esercitato dalla scoperta continua di nuovi, eccitanti mondi sonori.

Hive1 rappresenta per Braxton un nuovo approdo di questo continuo sconvolgimento di stimoli e suggestioni che la musica e l’arte in genere per lui intimamente rappresentano. Rispetto al carnevale di Central Market, queste nuove otto composizioni potrebbero essere viste come la lente d’ingrandimento su uno dei suoi ultra farciti momenti sonici, o come il suo rovescio della medaglia, dove dominano spazi più aperti, maggiore respiro e un tono meno schizofrenico che si può far rientrare in un’idea di trama. Ma c’è di più.

Per ottenere questo risultato Tyondai ha compiuto una piccola odissea dentro e fuori la musica, sviluppando quest’opera prima come un’installazione audiovisuale per quintetto (tre percussionisti e due addetti ai synth modulari) e capsule spaziali collegate a una serie di led (disegnate dall’architetto danese Uffe Surland Van Tams) pensata per il Guggenheim Museum, successivamente adattandola a festival internazionali e teatri (la Sydney Opera House, il MONA FOMA festival in Tasmania, il Barbican Centre e, non ultimo, il Big Ears festival) ed infine realizzando quest’album come sintesi di un percorso ambizioso. Un percorso che è partito dall’idea di aggiornare le composizioni per percussioni ed elettronica di Varèse, Xenakis e Stockhausen e di gestire (non controllare) alcuni sintetizzatori modulari per mezzo di una interfaccia midi collegata a un programma di annotazione musicale laptop based.

Il risultato è musica generativa, più che intuitiva (le parole sono dello stesso Braxton), organica più che sintetica, sospesa nel tempo. E’ proto-techno come avant-folk (Outpost), inevitabilmente retrò con un tocco di avant jazz e non solo. Oltre agli ovvi rimandi ai cosiddetti contemporanei (Stockhausen in primis, vedi Gracka) e a un soffio di zappiana irriverenza (Studio Mariacha), Braxton ricalca sia certe trovate dei Mouse On Mars (o meglio, Microstoria), sia un ampio fascio di rimandi contemporanei a un’idea di autobahn futurista e stupore novecentesco (Amlochley). Come gli alfieri del krautrock trovarono nuovi modi di unire cultura tedesca e cosmo, così il musicista newyorchese trova le sue quadre tra macchine domate (mai del tutto) e una ritualità aperta all’ignoto, in otto ambienti sonori ognuno con una storia, ognuno a respirare dentro e fuori il proprio contesto compositivo.

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