• Feb
    16
    2018

Album

4AD

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Meghan Remy è come un treno inarrestabile che corre verso l’empireo del moderno cantautorato, al femminile e non. In a Poem Unlimited, sua seconda sortita targata 4AD, è persino migliore dell’ottimo disco precedente, quell’Half Free di tre anni prima che si ispirava alle memorie di guerra del giornalista nonché filmmaker americano Sebastian Junger e che si fece notare alla grande dall’industria discografica (non a caso si guadagnò una nomination ai Juno Award, nel 2016, come Alternative Album Of The Year).

Il disco, che si avvale anche della sapiente collaborazione del mixer/co-producer Steve Chahley, racchiude in una decina di tracce una varietà di “ambientazioni sonore” invidiabile, soprattutto perché a ciascuna di esse corrisponde un pezzo dall’eccelso songwriting. L’antipasto dell’intero festino ce lo offre il primo singolo tratto dal CD. Titolo: Mad As Hell; un bell’inno alla pace in versione disco, che vede la Nostra collaborare col collettivo canadese Cosmic Range e che riesce nell’improbabile intento di far resuscitare i Blondie epoca Heart Of Glass e ad ibridarli con la Kate Bush degli esordi. E dopo lo stuzzichino, arrivano le portate principali: Rage Of Plastics su tutte, con quel suo cazzutissimo sax che incalza sulle note battenti di pianoforte, e la chitarra fuzzata che fa la sua comparsa qua e là nei momenti strategici del pezzo e lo conduce in porto con la massima resa epico-interpretativa. Fantastico.

Storia a sé la fanno anche: L-Over e il suo piglio katebushiano elevato al cubo, la nenia electro di Poem, il funky ipercinetico-synthetico di Time, le svisate hip-hop (nientemeno!) della filastrocca mesta Rosebud. Nume tutelare di ognuna di queste gemme: Kate Bush, inevitabilmente. Attenzione però a un dettaglio: il magistero della (cant)autrice di Wuthering Heights è qui declinato in mille modi diversi, modi che sarebbero stati a stento immaginabili nel 2008, quando Remy diede alle stampe il suo primo vagito indie (intitolato Introducing…).

In a Poem Unlimited è frutto di un miracolo che raramente è concesso, persino ad artisti più blasonati della Remy: perché riesce a fare coagulare senza sforzo apparente il vecchio e il nuovo, riannodando i lembi di quel periodo della storia del rock che va dagli albori della new wave all’avvento del techno-pop, ossia dalla fine degli anni Settanta ai primissimi Ottanta. Concludendo: uno dei primi magici frutti che ci offre l’annata 2018. Capolavoro.

16 Febbraio 2018
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