Recensioni

“Oh don’t sorrow, no don’t weep, for tonight, at last, I am coming home”. Così cantava il giovane Bono venti anni fa in apertura dell’epocale The Unforgettable Fire (A Sort Of Homecoming); paradossalmente, proprio con quel disco la band dublinese cominciò ad allontanarsi da “casa”, ovvero dal calore domestico dei primi lavori, dando inizio ad un’avventura artistica densa di momenti memorabili. Da allora di acqua sotto i ponti ne è passata. Gli U2 oggi sono probabilmente il gruppo rock di maggiore fama al mondo, forti di un successo indiscutibile, voluto prepotentemente, conquistato e sicuramente meritato; un successo che, va detto, da qualche tempo si autoalimenta, vive fisiologicamente di sé stesso, quasi a prescindere dai meriti artistici del quartetto.
Dopo un decennio di esplorazioni più o meno riuscite (da Achtung Baby a Pop), in Bono e compagni ha cominciato a farsi sempre più viva l’esigenza di “ritornare a casa”, cioè di far ricorso ad un approccio più spontaneo ed immediato. Quattro anni fa, All That You Can’t Leave Behind (e il relativo Elevation tour) era già un primo passo, un apparente ritorno ad una semplicità formale che si arenava, però, nelle secche di una scrittura non sempre all’altezza e di una produzione talvolta gonfia che contrastava con la purezza originaria ricercata. Oggi, How To Dismantle An Atomic Bomb, undicesimo album in studio, si configura, ancor più del predecessore, come un ritorno ideale – nella sostanza ancor prima che nella forma – a certi standard espressivi che non avevano trovato sbocchi adeguati in tempi recenti. Emblematico in tal senso il richiamo alla consolle di Steve Lillywhite, colui che per primo aveva fatto sbocciare al meglio il potenziale espressivo dei quattro; allo stesso modo, il produttore di Boy, October e War ha saputo dare giusta enfasi alle potenzialità “nude e crude” degli U2 attuali; inoltre essi stavolta possono fare affidamento su una scrittura a tratti davvero ispirata, in cui fatti personali – come la morte di Bob Hewson, il padre di Bono, cui si deve il titolo del disco e un paio di canzoni – hanno giocato un ruolo cruciale. Se in aggiunta si considerano l’ulteriore apporto di Chris Thomas e dell’onnipresente Flood (presenti in alcuni brani) e – non da ultimo – il gran lavoro di ricamo e composizione di The Edge, diventa piuttosto facile farsi un’idea di How To Dismantle An Atomic Bomb: un “classico” disco U2, in cui lo stile “tardo” (quello delle ballatone rock in stile Walk On, evidente in Crumbs From Your Table, Sometimes You Can’t Make It On Your Own e Original Of The Species) si fonde a piacevoli reminescenze del passato, rievocato più nelle atmosfere che in maniera diretta (Miracle Drug, City of Blinding Lights – probabile picco – e Yahweh, che quasi non fa rimpiangere l’albero di Giosuè). A questa compostezza formale fa da contraltare – a tratti – un’energica vena rock che si propone di resuscitare la crudezza degli esordi: se il tormentone mediatico Vertigo riporta alla mente – almeno nelle intenzioni – vecchi standard 1980 come I Will Follow e Stories for Boys, All Because of You scorre senza infamia né lode, mentre Love and Peace or Else (residuo di una precedente collaborazione con Eno) è un bluesaccio sporco e sexy alla Achtung Baby che, nell’economia del disco, fa un po’ storia a sé; tirando le somme, gli episodi più riusciti risultano quelli più inconsueti: la piccola perla semiacustica A Man and A Woman (quasi una b side di Unforgettable Fire, con Bono sui registri alti e il basso sincopato di Clayton) e la liturgia a voce bassa di One Step Closer (un ambient à la Promenade, davvero toccante).
Con questo album gli U2 rinunciano definitivamente a tentare nuove strade, rifugiandosi piuttosto nella sicurezza e nella calda intimità che solo le cose conosciute sanno dare; Bono e compagni sembrano così aver trovato la dimensione ideale dove vivere la loro maturità artistica, all’insegna di un rock inevitabilmente autoreferenziale ma comunque ad alto tasso emotivo (che poi è quello che questi ex-ragazzi sanno fare meglio), in cui cuore e mestiere riescono a convivere nelle giuste dosi. In questo senso, il ritorno a casa pu ò dirsi compiuto.
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