Recensioni

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Attraverso varie fasi di cambiamento – durate ciascuna più o meno quei famosi cinque anni di vita media dei periodi di creatività nel rock -, Bono, The Edge, Adam Clayton e Larry Mullen hanno attraversato indenni la storia della popular music (dagli albori della new wave a oggi) senza avere mai la necessità di cambiare formazione e senza attraversare pesanti crisi, andando incontro ad un successo sempre maggiore. Bisogna eccettuare, certo, i segni di cedimento degli ultimi due album in cui gli U2, accomodatisi sul terreno sicuro della canzone soft, diventano emulazione di sé stessi, una sorta di fotocopia vuota di contenuti dell’U2 pensiero. Ma, almeno fino a Pop (Island, 1997), i quattro irlandesi sono riusciti a inglobare in maniera sempre efficace gli stimoli culturali offerti dalla società durante tutto l’arco della loro carriera.

Sono passati ventidue anni da quel 1983, anno che non segna la data di inizio della loro storia, bensì il principio di qualcosa di grande, di più grande di una semplice rock band. War non è molto dissimile dai due precedenti album del gruppo, Boy (Island, 1980) e October (1981), ma osa di più, mette il tetto a una costruzione che starà in piedi per un po’ di tempo.

Gli arpeggi armonici della chitarra di Edge, le urla della (allora) potentissima voce di Bono, i testi politici molto mirati ed esibizioni live intensissime (in pratica l’U2-pensiero) acquisiscono forma definitiva in uno stile che, nelle sue variabili, rimarrà il segno distintivo della loro musica. Due singoli, Sunday Bloody Sunday e New Year’s Day che, nonostante i testi politicamente accesi e schierati (siamo ancora lontani dal “politically correct”, soprattutto in Irlanda) sono destinati a raggiungere, nel tempo, la dimensione di “classici” del pop-rock; un tour mondiale che sarà poi, anche se in forma molto ridotta, documentato nel live Under A Blood Red Sky (Island, 1983, una sorta di riassunto della loro prima fase compositiva); la partecipazione a numerosi festival, che li condurrà pian piano nell’alveo dei grandi gruppi “internazionali”.

Questi, in sunto, i primi passi della macchina U2 verso l’uscita definitiva dal mondo dell’underground, che con le raffinatezze della produzione Eno-iana di The Unforgettable Fire (Island, 1984), sarà finalmente compiuta. Si aprirà a loro tutto un mondo, sonoro e commerciale (mercato statunitense compreso), che cambierà definitivamente il loro percorso musicale. Tornando a War, in quest’album l’asprezza di Boy e l’introspezione “autunnale” di October lasciano il posto a un suono più compatto, dall’energia disperata di Like A Song allo pseudo-funky di Surrender e Red Light, fino ad arrivare ai sussurri di 40 che, fino all’apoteosi del successo, chiuderà tutti i concerti della band in un lungo e trascinante finale.

In Seconds, The Edge dà sfoggio della sua poco sfruttata, ma intrigante vena compositiva e dà prova di essere un necessario supporto di Bono. Drowning Man è una ballad atipica, in crescendo e priva di bridge tra i vari chorus, un’altra caratteristica che contraddistinguerà gli U2 per il loro particolare modo di approcciare alla forma-canzone (Mother Of The Disappeared, Love Is Blindness, per fare due esempi a caso).

Per quanto riguarda i due singoli più importanti, si potrebbe scrivere una recensione a parte, tanta è la storia che gli U2 hanno percorso e le trasformazioni che hanno subito nella percezione del pubblico.Ci limitiamo a ricordare l’immagine di un giovane Bono che, imitando il passo militare, alza un’enorme bandiera bianca cantando Sunday Bloody Sunday e grida al mondo il suo disprezzo per la guerra fratricida che ancora sconvolge l’Irlanda. Oggi questa energia sembra definitivamente esaurita nello spirito come nella musica di Bono e compagni. Ai processi biologici non si comanda. Beati 20 anni…

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