Recensioni

War è l’album che frutta agli U2 il primo vero successo nelle classifiche che contano, 1° posto nella UK Chart e 12mo in quella di Billboard; è il loro primo album dal respiro internazionale, non solo nelle tematiche; è il loro primo i cui clip promozionali abbinati ai singoli vengono girati fuori dall’Irlanda (Svezia, Parigi); è quello che li porta per la prima volta in tour in Giappone e Oceania; ed è, naturalmente, il disco di Sunday, Bloody Sunday e New Year’s Day. Questo per dire di cosa stiamo parlando.
Tuttavia, a dispetto del suo alone leggendario, War, nel complesso, è un lavoro con non poche pecche, se si depura il giudizio dell’aura mitica che ammanta i primissimi anni di carriera degli U2. Nel periodo coincidente con la loro prima trilogia di LP, la band costruisce la sua reputazione più che altro sull’energia e l’intensità delle esibizioni dal vivo, sulla passione e sulla verve messianica che le caratterizza. Una prorompenza che, va detto chiaramente, trasuda eccome anche dai dischi. E li “salva”, in qualche modo, mascherandone le magagne. In questa fase, la fatica da compiersi in studio, per Bono e soci, è quasi un corollario, un fastidioso intermezzo tra un tour e l’altro, o per meglio dire tra un concerto e l’altro, essendo la loro attività live del periodo praticamente senza soluzione di continuità.
Ciononostante al momento di entrare in sala la band avverte l’urgenza di dare quel degno seguito a Boy, la prima prova lunga data alle stampe nel 1980, che October (1981), per vari motivi, non è stato. Degno seguito nel senso quantomeno di opera musicalmente e tematicamente finita e omogenea, dal momento che, per quanto appena detto, anche Boy sotto diversi aspetti aveva molto da farsi perdonare. Proprio all’LP di debutto si lega questa terza prova, quantomeno graficamente nella copertina che ritrae lo stesso bambino campeggiante sul disco di tre anni prima (ma anche sull’EP Three). Qui però Peter Rowen, fratello minore di Guggi dei Virgin Prunes, grande amico di Bono, ha un espressione più basita con tanto di ferita sul labbro inferiore, a rappresentare forse la perdita dell’innocenza di fronte agli orrori del mondo. La produzione viene affidata ancora una volta a Steve Lillywhite ma a questo giro il suono ne risulterà più spigoloso che nelle precedenti due occasioni, facendo di War l’album più combat-rock della prima terna.
Il disco prende forma a partire dalla tarda estate del 1982. Bono è in viaggio di nozze e allora è il chitarrista The Edge a prendere l’iniziativa, tracciando, nel chiuso della sua cameretta, le linee guida di un brano che diventerà epocale. «Don’t talk me about the rights of IRA», è l’incipit del primo abbozzo di testo della canzone che diventerà appunto Sunday, Bloody Sunday; una canzone politica, pacifista, contro la paura, le bombe, il terrorismo. La situazione in Nord Irlanda è tragica, dal 1968 in Ulster infuriano i Troubles, ma la scia di sangue è arrivata fino a Dublino. Nel 1974, per esempio, Bono è scampato per puro caso a un’autobomba piazzata dagli unionisti filobritannici in Talbot Street che, insieme ad altre esplosioni avvenute a Monaghan, ha falciato le vite di 34 persone incluso un bambino non ancora nato. Nel 1981, poi, Bobby Sands, attivista e politico repubblicano arrestato a seguito di uno scontro a fuoco con la polizia federale dell’Irlanda del Nord, si è lasciato morire di fame in carcere. Infine anche il titolo del canzone è lo stesso (al netto di una virgola) di un brano di John Lennon e Yoko Ono riferito alla sanguinosa domenica (30 gennaio 1972) in cui a Derry l’esercito britannico fece fuoco sui partecipanti a una manifestazione di protesta, uccidendone 14 e ferendone una quindicina. Tuttavia Sunday, Bloody Sunday, il cui testo nel frattempo viene modificato, ha sì in sé una forte rabbia iconoclasta ma non prende una chiara posizione. La rabbia è dovuta più che altro all’esasperazione.
Ma è l’intero lavoro a caratterizzarsi per una forte vena politica, una novità per un gruppo le cui tematiche sono state finora legate al disagio adolescenziale (Boy) e spirituale (October). I quattro ragazzi sono poco più che ventenni ma hanno già girato il mondo come normalmente non capita ai loro coetanei. Hanno suonato a più riprese in Europa e negli Stati Uniti, hanno aperto gli occhi sulla realtà circostante e preso coscienza dei problemi politici e sociali. Quanto avviene intorno a loro non li lascia indifferenti. Del resto l’inizio degli anni ’80 è un periodo denso di avvenimenti importanti: le elezioni di Margareth Tatcher in Inghilterra e Ronald Reagan negli Stati Uniti che inaugurano il comune cammino a guida ultraconservatrice delle due superpotenze globali da cui discendono – tra le altre cose – la guerra delle Falklands e l’invasione USA di Granada; il nuovo picco di tensione nella Guerra Fredda e della rinnovata paura di un conflitto nucleare; la suddetta morte di Bobby Sands; l’arresto di Lech Walesa in Polonia e la messa al bando del suo sindacato Solidarnosc. Gli U2 sono ormai cittadini globali e War è dunque è un’istantanea del mondo nel 1983 scattata da quattro virgulti che hanno appena messo il naso fuori di casa. Si parla appunto di terrorismo in Sunday, Bloody Sunday, di minaccia atomica in Seconds («It takes a second to say goodbye»), di Solidasnorc in New Year’s Day, di guerra nella sua accezione generale in The Refugee, di prostituzione minorile in Red Light. Ma non siamo di fronte a un telegiornale cantato: tornano infatti argomenti più personali come il disagio giovanile (Like A Song), la fede (Drowning Man, 40) e l’amore (Two Hearts Beat As One).
Una delle lacune metodologiche degli U2, band come detto finora poco avvezza alla cura approfondita dell’aspetto professionale del proprio lavoro, è il fatto di presentarsi in studio senza pezzi già pronti per le registrazioni. Questo ovviamente comporta tutta una serie di ritardi e problematiche che la band conta di risolvere in corso d’opera ma che non sempre vengono sciolti. A risentirne è la composizione stessa, a volte raffazzonata. Le incisioni si tengono tra settembre e novembre del 1982 (il disco uscirà il 28 febbraio 1983), e la band finirà di registrare l’ultimo pezzo quando il gruppo che ha prenotato lo studio per il turno successivo sta letteralmente bussando alla porta per entrare. Difatti il brano che completa le session (e la tracklist) è 40, intitolato così perché nel testo vi vengono adattate le parole del Salmo 40, non avendo per le mani i Nostri, in quel momento, di meglio che una Bibbia.
Nel complesso il risultato non è pienamente soddisfacente. Al netto di Sunday, Bloody Sunday e il singolo di lancio New Year’s Day, che diventeranno pietre miliari del gruppo, il lotto suona poco compatto come qualità compositiva, specie nella seconda parte. Ha un ottimo tiro ed è molto più groovy, per via degli innegabili miglioramenti fatti registrare dalla sezione ritmica (non a caso i primi remix dance di brani degli U2 avallati e pubblicati dalla band inizieranno a circolare proprio da questo disco), ma la scrittura in certi casi sembra incompleta. Ne risente, per esempio, Two Hearts Beat As One, che nonostante esca come secondo singolo (tranne che in Olanda, Germania, Spagna e Brasile, dov’è sostituito da Sunday, Bloody Sunday) arriva solo 18mo nella chart UK e non raggiunge neppure la Top100 di Billboard. Tant’è vero che il rilascio di singoli si fermerà qui; anche perché non si saprebbe da dove pescare, non ci sono altre canzoni nel senso più canonico del termine, ovvero in primis con un ritornello memorabile. Senza contare le due iconiche hit di cui sopra, gli altri brani proposti dal vivo miglioreranno in tale veste, ma come al solito lo si dovrà più all’elettricità delle performance, alla capacità dei quattro di tenere alta la tensione e creare momenti emozionalmente perfetti, che allo spessore dei brani stessi, in larga parte buoni ma non trascendentali. Non è un caso che su dieci pezzi, ben quattro non saranno praticamente mai suonati live, mentre tre resisteranno nelle setlist per un paio di anni al massimo, e nemmeno ogni sera. Insomma, tolti due grandiosi episodi che resteranno indimenticabili e renderanno War l’album manifesto dei primi U2, per il resto, complessivamente la prova, più che la “prestazione”, è una manciata di giocate sparse, come si dice in gergo sportivo, guizzi che dovranno la loro fama perlopiù a motivi contingenti: 40 perché, da preghiera cantata qual è, diventerà il pezzo di chiusura dei concerti praticamente per tutti i restanti anni ’80; Like A Song per il mirabile assolo del batterista Larry Mullen jr.; Drowning Man perché, ancora oggi, è una ballata mai eseguita dal vivo (di solito cose del genere aumentano l’hype di certi brani ben oltre il loro valore effettivo). E non fa la differenza nemmeno l’aggiunta del violino suonato da Steve Wickham in Sunday, Bloody Sunday (la versione del brano che resterà scolpita nel tempo sarà quella live più che quella in studio) e nella stessa Drowning Man, così come il feat. delle mitiche Coconuts nelle scialbe Red Light e Surrender.
A sgombrare il campo da ogni perplessità sarà il relativo tour mondiale, e soprattutto una data: 5 giugno 1983, il giorno dello storico show nell’anfiteatro di Red Rocks documentato nel film concerto Under A Blood Red Sky, uno dei più belli ed epici della storia del rock, che catturerà appieno l’essenza di quella che in questa fase è più che altro una formidabile live band, chiudendone la prima parte di carriera. Solo dall’anno successivo gli U2 giungeranno a definitiva maturazione e capiranno davvero l’importanza del lavoro in studio, diventando inattaccabili anche da questo punto di vista. Per il loro quarto album, The Unforgettable Fire, si affideranno infatti alle cure di un maestro come Brian Eno che avranno effetti positivi anche sulla capacità e continuità del gruppo nel comporre canzoni per un disco intero e non solo a tratti. Ma questa è un’altra storia…
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