• Feb
    22
    2019

Album

Ala Bianca

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Lo avremmo dovuto capire da alcune grafiche “in stile Sunn O)))” (si fa per dire eh, però…) postate sul profilo Facebook ufficiale di Umberto Maria Giardini nei giorni precedenti l’uscita del disco, che il musicista ci stava preparando qualcosa di più energico rispetto ai suoi canoni. E Forma Mentis è in effetti un disco più “hard”, spiccatamente chitarristico, dall’alto di psichedelie annunciate come Vortice Cremisi, omaggi nemmeno troppo velati ai Soundgarden come Materia Nera o magari ossessioni stoner – con tanto di wah wah sparato – come l’ottima Argo. Tutto è ovviamente da inserire in un immaginario sonico che da sempre fa i conti con un’idea di post-rock sui generis, in cui vanno di pari passo una certa complessità nelle geometrie e la bellezza crepuscolare di un cantato che gioca con l’intensità di una voce che ormai conosciamo in ogni dettaglio, tra la carriera a nome Moltheni e quella sotto l’egida di Umberto Maria Giardini, ma che continua a fare la sua figura – anzi, col tempo è pure migliorata. Prendete ad esempio un brano con un certo sviluppo come La tua conchiglia o magari il singolo Pleiadi in un cielo perfetto – forse la cosa più umbertogiardiniana di tutta la tracklist – e diteci se non funzionano alla perfezione.

Un aspetto positivo di Forma Mentis è la voglia di uscire dalla solita routine indagando magari anche sfumature armoniche diverse, come accade in una Le colpe dell’adolescenza che non è la solita ballata à la UMG, ma segue strade un po’ più tortuose musicalmente parlando pur non snaturando il DNA del musicista, o in una I miei panni sporchi che è un bell’intrico di livelli di chitarra da cui spunta un Giardini grintoso come non lo ascoltavamo da un po’. Eppure, in un lavoro generalmente riuscito, c’è anche qualche parentesi un tantino di mestiere come Tenebra e Pronuncia il mio nome – diciamo che non li metteremmo tra i dieci brani più efficaci della carriera di UMG – e certi cut up sui testi che non riescono sempre a mantenere lo scambio empatico con l’ascoltatore che invece promette la musica: nello specifico, una traccia come Di fiori e di burro, confrontata con quello che personalmente riteniamo uno dei migliori testi mai scritti da UMG, ovvero Suprema (è quello il nostro termine di paragone ogni volta che ascoltiamo un brano del musicista, e non si parla ovviamente dello stile musicale nello specifico ma della profondità poetica delle parole cantate) non ne esce benissimo. Ed è un peccato, perché la musica invece girerebbe a dovere.

Il qui presente è un disco che piacerà ai fan di Giardini, ma con qualche buona cartuccia da sparare anche su un target di pubblico non del tutto “moltheniano”: è forse questa la migliore notizia per un artista di cui ammiriamo la serietà e la voglia di non rimanere rinchiuso in una (ehm…) forma mentis troppo abitudinaria, al di là del giudizio personale più o meno positivo sul caso specifico.

1 Marzo 2019
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Umberto Maria Giardini

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