• Feb
    03
    2017

Album

La Tempesta Dischi

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Considerata tutta la sua carriera (quindi anche la parentesi a nome Moltheni), agli occhi di chi scrive Umberto Maria Giardini è ormai (a suo modo) un “classic” della nostrana discografia. Una forma-canzone evocativa, la sua, che riesce a essere pop e (post)rock al tempo stesso, arguta e lineare, puntigliosa ed energica, intensa e d’esperienza, ma soprattutto riconoscibile. C’è quella voce cristallina a cesellarla, morbida e malinconica come poche altre, e c’è una parte strumentale che consapevolmente la sottolinea – qui, ad esempio, nel crescendo un po’ telefonato ma godibile di A volte le cose vanno nella direzione opposta a quella che pensavi – in un gioco di rimbalzi che è forse la parte più importante di tutto il discorso. Tanto per dire che la (buona) qualità media della scrittura di Giardini non è più materia di discussione da queste parti, e ogni disco del musicista ci ricorda per quale motivo lo apprezzassimo già ai tempi di Nutriente, che pure era – visto col senno di poi – un giochetto post-adolescenziale.

E allora la questione si sposta su un altro livello. La domanda verte cioè su quanto lontano dalla pregevole poetica che comunque gli riconosciamo Umberto Maria Giardini sia riuscito a spingersi con questo Futuro Proximo. Cosa ci sia, insomma, oltre le belle melodie o la ricercatezza navigata di suoni qui anche merito di Michele Zanni (piano, moog, vibrafono, basso elettrico), Marco Marzo Caracas (chitarre elettriche), Giulio Martinelli (batteria), Stefano Radaelli (sax baritono), e della produzione artistica di Andrea Scardovi. Con la tracklist sott’occhio, ci vengono da citare dunque, tra i momenti migliori del disco, la chiusa quasi noise di Avanguardia, una l’Alba Boreale ispirata e musicalmente piuttosto sorprendente nella parte conclusiva, una Onda dalle chitarre quasi strokesiane, l’invidiabile ricchezza armonica e lo sviluppo articolato de Il vento e il cigno, le ritmiche irregolari e gli archi (in stile Motorpsycho?) di Dimenticare il tempo. Abbastanza per considerare Futuro Proximo un disco sentito, oltre che curato nell’estetica, quindi non il semplice parto di un’arte che vive inevitabilmente anche di esperienza. Considerate poi che al computo finale ci sono da aggiungere una Graziaplena sfuggente di synth e con un refrain irresistibile, e una conclusiva Mea culpa che, per intensità, potrebbe essere una sorta di Suprema parte seconda. Queste sì, concepite in puro stile giardiniano.

In chiusura viene da domandarsi cosa sarebbe il Nostro se invece di limitare al ruolo di “comprimario” quell’indole sperimentale che ogni tanto sembra voler venir fuori, la lasciasse fluire davvero, mettendo per una volta in secondo piano la melodia del cantato, o se volete riprogettandola – perché, ad esempio, non pensare a una linea vocale atipica per lo strumentale post-prog di Ieri nel futuro Proximo?. Ce lo siamo sempre chiesti, e continuiamo a farlo anche dopo aver ascoltato un Futuro Proximo che rimane comunque un buon investimento per i vostri ascolti.

3 Febbraio 2017
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Umberto Maria Giardini

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