Recensioni

Musica e vita che si intrecciano: e come potrebbe essere altrimenti? Agile l'intenzione, capace di azzerare più di dieci anni di carriera a nome Moltheni in un battito di ciglia, solo per scoprire che alla fine, quello che hai vissuto, ce l'hai inevitabilmente sottopelle. Tutto necessario, anche perché nel nostro caso, stando a quanto ci dice il diretto interessato, si tratterebbe di rinascita umana più che artistica, una scelta portata a termine per evitare obblighi e giri connessi a quella sigla e affrontare il futuro senza fardelli. Un po' come se rinchiudere Moltheni in soffitta avesse voluto dire abbandonare anche un sistema di automatismi (di scrittura, ma anche promozionali) legato al decennio precedente, in favore di una modernità in cui calarsi lasciando perdere tutti i corollari inutili. Fuor di metafora, scegliere l'essenzialità, a costo di essere poco disponibili ai compromessi. A dieta, insomma, come quella che il Nostro augura, nel titolo, a una musica (l'imperatrice) fin troppo sputtanata e sfruttata in termini di business, per non collassare col suo intero sistema.
Il nuovo corso di Moltheni/Umberto Maria Giardini, più che una ripartenza – come invece era sembrato il progetto Pineda abbracciato poco più di un anno fa -, ci pare allora un consapevole aggiustare il tiro senza allontanarsi troppo da casa. A testimonianza, due pezzi da novanta come Il trionfo dei tuoi occhi e Genesi e mail, messi lì ad aggiungere caratura ma che non avrebbero sfigurato su uno qualsiasi dei dischi già pubblicati dal musicista bolognese d'adozione. Nobilitati, certo, da quelle chitarre elettriche che rappresentano l'elemento più evidente di rottura con il recente passato e che in certi frangenti fanno ripensare addirittura al mai troppo lodato Fiducia nel nulla migliore. Un prendere le distanze dal folk acustico dell'ultimo Moltheni richiamando le istanze prog-psichedeliche dei già citati Pineda (i riff veloci de Il sentimento del tempo, i Pink Floyd annusati nell'intro di Saga, il dialogo magniloquente tra chitarra e batteria de Il desiderio preso per la coda) e certi arpeggi minimali à la Anna Calvi (L'imperatrice), ma anche un procedere spediti seguendo un percorso personale ormai ben definito: il chiodo fisso post-rock, unito all'attenzione per quella melodia che ha reso Moltheni quel che è (stato).
Sopra a tutto, comunque, resta la capacità di saper creare musica evocativa, sospesa, poco legata a uno scrivere di parole e suoni alla maniera della tradizione cantautorale nostrana. Qualcosa che va oltre il semplice significato di ciò che si canta, che lavora moltissimo sulla forma e le fascinazioni (fondamentale, in questo senso, anche il lavoro di Cupertino in regia) anteponendo la visione di insieme ai singoli particolari, la complessità del “concept” alle singole parti. Quello che infine accade in un L'ultimo venerdì dell'umanità che col suo post-rock profondissimo, onirico e marziale rappresenta forse l'archetipo perfetto di una seconda vita artistica che potrebbe riservare gradite sorprese.
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