• ott
    01
    2011

Album

Disco Dada

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La controra è una dimensione, un concetto, una zona franca collocabile a spanna nel torpore post-prandiale, luogo di abbandono dei sensi e sospensione della razionalità, versione balcanica della siesta sudamericana ovvero esigenza fisiologica universale, radicata nel bisogno atavico di rendere tangibile il sogno – con tutto il corollario di simbologie, miti e archetipi – come momento ineludibile del quotidiano. E' il corpo che ti ricorda la sua fame di chimere. Nulla a che fare con lo sterile carosello messo in piedi dalla società dello spettacolo: è qualcosa di immanente e primordiale, di conseguente e sostanziale in senso biologico.

Una categoria che sfugge alle canoniche strategie della commercializzazione e quindi appare aliena, desueta. Proprio come anomalo suona questo disco di esordio come solista di Umberto Palazzo, posto appunto il centro di gravità poetico tra la notte e la controra. L'intenzione del leader dei Santo Niente (e della di loro versione tex-mex El Santo Nada) era di confezionare un disco che in un certo senso prescindesse il rock, aggirandone le modalità strutturali e timbriche (essenzialità delle forme, assenza di distorsione, percussioni improvvisate, utilizzo di strumenti etnici e tradizionali, elettronica basale, la laconica inflessione del canto…) con l'obiettivo di esprimere una meridionalità mediterranea non priva di consapevolezza arty, individuando perciò nel rebetico – sorta di folk blues degli outsider ellenici sviluppatosi nel diciannovesimo secolo – le coordinate estetiche e le vibrazioni emotive del caso.

Tuttavia Palazzo non può non dirsi rockettaro, ed è qui che scatta la magia, tu chiamala se vuoi eterogenesi dei fini: l'approdo cioè ad una psichedelia atipica (l'allucinata indolenza dechirichiana di Metafisica, la resinosa rilettura di Aloha – già ne Il fiore dell'agave dei Santo Niente), ad un caracollare gotico che ricontestualizza certe marce torbide Black Heart Procession (i turbamenti gelatinosi di Terzetto nella nebbia, la glassa onirica di Acchiappasogni – chiusa dal canto fiabesco di Tying Tiffany) e il Nick Cave delle ballate assassine (La luce cinerea dei led), lasciando che vampe mariachi bruciacchino le frontiere (lo spleen struggente di Café Chantant, la mischia surf bizantina de La marcia dei basilischi) e riempiano il petto di salvifico romanticismo (l'accorata Luce del mattino). Ascoltarle è un'esperienza vivida e frastornante, come incontrare volti che credi di conoscere in una terra straniera, o come scoprire scorci mai visti nel luogo in cui abiti da sempre.

Pervaso di simbolismi terrigni e misteriosi come l'opera dei Pupi, il gioco sembra volersi svelare non a caso proprio ne La controra, unica traccia provvista di batteria e momento più rock della scaletta, anche se ingrugnito e acidulo, portatore sano di sacrosanto sdegno e bisogno di ricostruirsi una dignità esistenziale su premesse diverse (rieccoci al nodo poetico centrale), non lontano dai teatrini feroci e visionari del buon Cesare Basile. Disco di sostanza e profondità atipiche, coraggioso nella sua straniante coerenza. Disco bellissimo.

1 Ottobre 2011
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