Recensioni

7

Il trio guidato da Ruban Nielson non è certo una di quelle band che cerca di nascondere le proprie influenze, ma al contrario, te le sbatte diritte in faccia senza troppe remore. Il passaggio da Fat Possum a Jagjaguwar non stravolge le scelte stilistiche dell’esordio, mantenendo una qualità di produzione vicina al lo-fi vintage e appiccicoso, chiaro segnale della volontà di essere sempre e comunque below the line.

From The Sun, che apre, sembra uscire direttamente dal catalogo dei Beatles dell’era Sgt. Pepper, Opposite of Afternoon ricorda invece le melodie dei primi Small Faces, mentre One At The Time è un quasi-omaggio al Jimi Hendrix di Are You Experienced. Insomma, l’ossessione degli UMO per i 60s è talmente sfrontata che li si riesce anche a perdonare velocemente, una volta abbandonati al loro psych-pop morbido ed istantaneo.

II rinuncia alle trovatine freak del primo album e si concentra su strutture scarne, molto semplici ma efficaci. La formula sembra funzionare discretamente bene, almeno per buona parte del disco. I vocals di Nielson, continuamente high-pitched, quasi lisergici, vanno di pari passo con i testi senza spigoli profumati di black humor (“Isolation, it can put a gun in your hand”) e con le velleità distaccate e fuori dal mondo di compari quali Ariel Pink e Tame Impala. Anche non aggiungendo nulla di straordinario al lungo filone revival, gli UMO trovano sicuramente più continuità e spessore degli inconsistenti Foxygen. Tra le dieci mellow jams di II, l’episodio più eclatante sembra essere So Good At Being In Trouble, che ricorda proprio la bella Baby di Ariel. Entrambe strizzano l’occhio all’oldschool r’n’b, mentre di soppiatto infilano un chorus killer estremamente contagioso.

Il passato power-pop dei Mint Chicks di Nielson torna ad affacciarsi in No Need For A Leader, in quella che sembra essere l’unica eccezione di un disco altresì fortemente coeso e che sa esattamente dove vuole andare: a ritroso.

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