Recensioni

Pochi secondi. Pochissimi, nemmeno mezzo minuto. Tanto basta per far risalire tutto quello che fu e spazzarlo via immediatamente. Sono tornati gli Unsane, macchina da guerra primigenia della New York dei 90s. Quelli delle copertine insanguinate e delle morti per eroina, quelli rissosi e senza pietà, su disco e nella vita. Quelli che fecero del noise-rock la più efferata e ripugnante forma di suono nel momento in cui il mondo si esaltava per i piagnistei esistenziali e revivalisti dei grungers.
Wreck è l’ennesimo grano di un rosario di sangue e sofferenza per un gruppo che viaggia ormai per il ventennale, e si mostra come un turbinio di noise-rock primigenio esposto in modalità power-trio. Violento, esagerato nei volumi, fastidioso nelle evoluzioni, parossistico nell’applicazione senza risultare teatrale o caricaturale. L’armamentario d’ordinanza dell’esperienza Unsane c’è tutto: il blues di fondo, l’armonica, la slide, ma come al solito è soprattutto la violenza a lasciare a bocca aperta. Quella che ha sempre contraddistinto il trio composto da Chris Spencer, Vinnie Signorelli e Dave Curran. Violenza strumentale, fisica e psicologica che non lascia scampo e non si accontenta di giocare sul terreno di tante altre band pesanti d’oggi, ma le surclassa quasi a voler rimettere i puntini sulle i di un suono troppe volte citato a dismisura.
Le chitarre abrasive di Pigeon, Metropolis, Ghost, la sezione ritmica modello carrarmato di Rat, No Chance, Roach, il cantato sempre tra lo schifato e il patologico di Spencer (l’American Psycho pensato da Ellis sembra ritagliato su di lui) dicono il già detto: un muro di suono incattivito e urgente, incompromissorio e sanguinario. La prima pausa, il primo momento in cui si può alzare a testa e rifiatare dalla gragnola di colpi è Stuck, pezzo numero 8 di 10. Ma è una mera illusione buttata lì con acido sarcasmo, come se i tre ci tenessero a farci sapere che non sono tornati per la nostra gioia ma per farci soffrire. In chiosa, Ha Ha Ha, cover dei Flipper. Come a dire, noi c’eravamo, ci siamo e ci saremo. E non è una promessa, quanto una minaccia. Gli Unsane sono tornati decisi a non fare prigionieri.
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