Recensioni

Intitolare il proprio secondo disco, dopo un esordio più che ben accolto come Infinite Worlds del 2017, semplicemente con il proprio alias è una vera e propria dichiarazione di intenti. La sensazione si rafforza fin dalla prima traccia, quando salta all’orecchio che l’artista camerunese di stanza a New York ha sterzato decisamente col proprio sound. Non più un fragile incrocio di indie e folk a sostenere frammenti evocativi di cantato, ma un più complesso artefatto di elettronica e manipolazioni sonore che sostiene quello che potremmo tranquillamente definire un pop elegante e arty. A muovere è la poesia, uno dei motori dell’arte di Laetitia Tamko aka Vagabon, e il disco doveva inizialmente intitolarsi come uno dei brani, All the Women in Me, a sottolineare il legame con un certo femminismo che si è inserito in molte proposte musicali degli ultimi anni (ma che non ha la profondità di riflessione su genere, identità sessuale, violenza che ha avuto per esempio Jenny Hval, per citare un recente progetto di un certo spessore).
Qui tutto è fatto in casa, come in una versione 2020 del pop da cameretta del decennio passato, ma con meno scazzo ed evasione, e maggior tentativo di impegno, diremmo, politico. L’album si consuma veloce, quasi da fast food: poco più di una mezz’oretta, quasi completamente basata sulla voce limpida della Tamko. Per molti, anche da quello che si legge in giro, sinonimo di purezza, per chi scrive invece un indice di piattezza armonica che cozza un po’ con l’ambizione del progetto. Forse è proprio la produzione, anch’essa autarchica, a lasciare perplessi, con le composizioni che sembrano lasciate così come vengono, un po’ sulla scia di una poesia istantanea, e non troppo rielaborata. Proprio All the Women in Me, per esempio, avrebbe potuto esplorare ben altri territori rispetto a quelli navigati dalla ipnotica, e comunque efficace, nenia che è. Lo stesso si potrebbe dire per le intuizioni melodiche di Water Me Down o di Please Don’t Leave the Table, che sembrano perfette per una story da Instagram, ma non hanno i muscoli per reggere oltre. Ma forse è oggi la musica tutta a non richiedere una fruizione così attenta e dedicata.
Rimangono messaggi nemmeno troppo nascosti, come quel rifiuto di stampo razzista di un party che «won’t let my people in» (Wits About You) o un «we reserve the right to be full when we’re on our own / No, I’m not alone» (Every Woman). Ma sanno un po’ di compitino, di preconfezionato. Per certi versi incontestabili, ma manca un graffio più profondo, uno sguardo più scalfente, una melodia che incida di più. Forse era un necessario healing process al quale si voleva e doveva sottoporre l’autrice in questa sua fase di vita e crescita personale. Vedremo da qui cosa uscirà in futuro.
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