Recensioni

8.0

Di buoni motivi per leggere questo libro non ne mancano. Il primo e forse il principale sta nella scelta di stringere l’obiettivo su una casa discografica che ha attraversato gli ultimi tre decenni di rock, che ha saputo restare a galla malgrado le tempeste e gli scossoni, i lutti, le rivoluzioni tecnologiche, la perdita di centralità di tutto un immaginario. Ci è riuscita, sì, e lo ha fatto regalandoci un catalogo di valore assoluto, caratterizzato da una forte impronta estetica ma aperto a sempre più imprevedibili deviazioni. Soprattutto, ci è riuscita navigando a vista, con la sola bussola della passione, della determinazione, di una sana e robusta intransigenza (o follia, se preferite) rock’n’roll. Incassando sia i ceffoni della sorte che le botte di culo (sempre siano benvenute).

Si parte dagli anni Ottanta quindi, seguendo le tracce di due ragazzi, Bruce Pavitt e Jonathan Poneman, e i loro ideali di indipendenza, di scarsi mezzi, di leggerezza, pochi soldi e pochi accordi ma tanta benedetta avventatezza, tanta autoironia, tanta convinzione. Seguire le vicende della Sub Pop, “dal 1988 sull’orlo della bancarotta”, significa – ed ecco il buon motivo numero due – rileggere la storia del grunge da un’altra angolazione, da un punto di vista intimo e pratico, demistificato, de-mitizzato, recuperare il senso delle circostanze pratiche, contingenti e talora casuali (non di rado tragicomiche) che ne hanno caratterizzato l’insorgenza e il rapido dissolvimento (se non consideriamo, come è giusto che sia, tutto lo pseudo-grunge successivo alla morte di Cobain). Pagina dopo pagina sfilano così nomi noti e meno noti, più o meno cruciali, su tutti i Mudhoney, ovviamente, partendo però dal crogiolo Green River, quindi Mother Love Bone, TAD, Sunny Day Real Estate, Soundgarden, Nirvana, Mark Lanegan, fino ad arrivare a The Postal Service, Fleet Foxes, The Shins, i “nostri” Jennifer Gentle, e poi ancora Ugly Casanova, Beach House, Shabazz Palaces, Father John Misty e via discorrendo. Nel mezzo, la joint venture con Warner, lo stravolgimento del metodo, i troppi soldi (già!), troppi mezzi, poca anima, il ritorno su territori più precari ma – ma – vivi.

Ecco, questo è un punto importante: la sensazione cioè che il vero nemico del rock non siano tanto gli stravolgimenti della prassi di ascolto – a partire dalla vaporizzazione del supporto fisico – quanto la necessità di pianificare tutto, la logica del business plan che determina le playlist e quindi – quindi – le canzoni che dovranno costituirle. La sensazione insomma è che la Sub Pop stessa, con tutti i suoi errori, il suo navigare a vista, il fiuto, gli incidenti di percorso, la pervicacia, la manna che piove dal cielo (ad esempio grazie a un contratto, quello coi Nirvana, che neppure doveva esistere), rappresenti una sorta di habitat ideale per un rock ancora significativo, ancora vivo, seppure piuttosto e inevitabilmente defilato rispetto ai grandi numeri del pop e dell’hip-hop.

Un altro buon motivo per leggere questo Oltre i Nirvana è la bravura di Valeria Sgarella, una che si è fatta le ossa per vent’anni come speaker radiofonica e scrive (o ha scritto) per molte testate (dal Mucchio a Vanity Fair, passando da Rockit). Già autrice di un tomo di argomento grunge (Andy Wood, l’inventore del grunge – Area 51 Edizioni), Sgarella si rivela qui capace di fare cronaca con dinamismo, dosando devozione e sguardo dissacrante, aneddotica e vaglio critico, di raccontare insomma e di mettersi in gioco, grazie anche agli incontri sul campo con alcuni protagonisti (Jonathan Poneman e la manager Megan Jasper). Brava perché in possesso di una buona penna e perché ha azzeccato la chiave giusta, quella di un saggio che non sale in cattedra ma si butta nella mischia, che non si limita a solleticare la voglia di venerazione e nostalgia, perché il suo scopo vero – la sua qualità – è invitarci a spostare lo sguardo su ciò che è accaduto malgrado tutto (anche malgrado i Nirvana, sì) e su ciò che può ancora accadere: mi piace pensare che la parola “Oltre”, nel titolo, significhi esattamente questo.

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