Recensioni

In una società come la nostra, governata dalla sovraesposizione e dall’urgenza di condividere tutto e subito (perfino con gli sconosciuti), dignità e silenzio sono ormai valori in via di esaurimento e la stessa epoca che esige questa espressione forzata delle emozioni – belle o brutte che siano non importa – ci sta trasformando in stanze vuote piene solo di rimbombo, incapaci di ascoltare i nostri bisogni e quelli degli altri, soltanto perché è giusto esprimersi, gioire, disperarsi e farlo davanti al mondo mostrandosi senza filtri. A ventiquattro ore dal funerale del suo compagno Mauro, morto tragicamente in fabbrica, Carolina è una giovane vedova che non riesce (o non vuole?) piangere. Intorno a lei sembrano tutti travolti da quel dolore insopportabile provocato da un’improvvisa perdita e lo manifestano nei modi più socialmente accettabili: lacrime, abbracci, confessioni di ricordi passati. Carolina no.

Ride non è certo il primo film a trattare il tema del lutto (si pensi ai casi italiani emblematici de La stanza del figlio o Mia madre di Nanni Moretti o al recente Fai bei sogni di Marco Bellocchio), eppure Valerio Mastandrea sceglie la strada migliore possibile per il suo esordio da regista: quella personale. Scrivi di ciò che conosci, parla di ciò che sei e della verità più vicina alla tua esperienza è un imperativo imprenscindibile e preso alla lettera dall’attore romano “migrato” dietro la macchina da presa, eppure presente in scena con la sicurezza di chi possiede uno sguardo chiaro, un impegno civile e un po’ di licenza poetica che non stona quasi mai con il contesto realistico della storia. D’altronde si è trattato di mettere in pratica insegnamenti appresi durante l’arco di un’intera e invidiabile carriera d’attore, nonché sublimare l’esperienza catartica (e tragica) vissuta sul set di Non essere cattivo, al fianco dell’amico Claudio Caligari (morto prima della fine delle riprese, con Mastandrea deputato a completarle). 

L’attesa di un evento (il funerale) trasforma così l’esperienza cinematografica in un viaggio intimo e profondamente diverso a seconda dell’età (i tre personaggi principali – madre, figlio e padre della vittima – non reagiscono alla stessa maniera) o della sensibilità, ma a tenere insieme il film è un comune senso di ironia, purezza e nobiltà richiamati già nella scena iniziale. Un dialogo tra Carolina e il bambino che discutono su cosa sia appropriato indossare all’indomani in chiesa durante la funzione. Valori rispettati lungo il corso di una narrazione mai edulcorata, mai troppo esposta, invece libera e istintiva come solo una storia diretta e raccontata da Mastandrea poteva essere. Senza dubbio un’opera prima che non dimenticheremo.

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