Recensioni

7.5

Philip K. Dick, acusmatica, hauntology analogica, fantascienza, distopie, indeterminazione. Questi e molti altri percorsi “mentali” sono decrittabili da un ascolto trasversale di Clonic Earth, il nuovo lavoro di Valerio Tricoli, sound-designer (come definirlo diversamente?) già in ¾ Had Been Eliminated (prossimi anch’essi, sorpresa sorpresa, a un imminente e attesissimo ritorno discografico), pubblicato dalla solita PAN e seguito dell’ottimo Miseri Lares di un paio di anni addietro. E l’ambientazione, rispetto a quell’ottimo lavoro, invero più aspro e cupo, è piuttosto simile, a dimostrazione di una visione concreta e ben definita fatta di coerenza filosofica prima ancora che strettamente musicale. Lunghe distese di suoni sospesi, astratti e quasi spettrali che salgono e scendono senza acquisire mai una forma compiuta e finita in mezzo ad ambientazioni polverose e creepy, sfumate e sfocate come la materia ectoplasmica che sembra ispirarle, in una continua disgregazione tra frattali di suoni trovati e campionamenti di fonti tra le più disparate (la messa cantata che si ode in lontananza nella sezione Clonic Earth, ad esempio, oppure le voci radiofoniche decontestualizzate che appaiono in Interno D’Incendio) e una tensione aleggiante un po’ ovunque tra passaggi haunted e dilatazioni elettroniche, spasmi glitchy e rumore bianco, interferenze, disturbi elettrostatici, clangori. Ne esce un affresco sull’interregno tra vita e morte, l’interstizio in cui la prima tenta di persistere all’ineluttabilità della seconda e che si manifesta come spettro, evanescenza, impalpabile disgregazione di suoni, voci, momenti, che ipnotizza e ipotizza spazi e (non)luoghi.

Coordinate che chi conosce l’attività di Tricoli non tarderà a riconoscere come trademark sonoro (e non soltanto), ma che nelle cinque parti in cui è diviso Clonic Earth sembrano trovare una coesione estrema e una modellizzazione che, come detto in precedenza e come specificato dall’autore stesso (l’album è «a natural consequence of the internal collapse depicted in Miseri Lares»), si pone come un ulteriore passo in avanti in un percorso che, ripetiamolo, non è soltanto strettamente sonoro ma si prefigura come un continuo svelamento di un universo culturale di riferimento ampio e perturbante, disturbante eppure pienamente affascinante.

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