Recensioni

7.5

E poi… e poi arriva quella band che proprio non ti aspetti. E non solo sei costretto ad ammettere che l’hype degli ultimi mesi – di blog in blog, di show in show, di continente in continente – era più che giustificato; devi pure riconoscere che, cristo, questa musica è davvero entusiasmante. Sia perché è pop del più spontaneo e
contagioso (un dono dal cielo, di questi tempi), sia perché, se ci pensi bene, non ti capitava di sentire qualcosa di simile da un bel po’. Forse, da mai. Si esagera, dite? Ecco Mansard Roof: c’è tutto l’indie-pop frizzante di questi anni, c’è l’anima grande e carica di sole del reggae, ci sono le ritmiche ebbre dell’afro-beat, ci sono sottotrame di tastiere, mellotron e archi della migliore scuola Fab Four / Pet Sounds. Ed è solo il primo brano del disco, caspita; due–minuti-due, la pillola della felicità.

Vampire Weekend, si chiamano; e te li immagini lì questi quattro ragazzi newyorchesi, chiusi in una saletta-prove della Columbia University (da dove sono usciti nemmeno due anni fa), a vampirizzare tutti gli input sottomano per poi infilarli in queste undici canzoncine, anfetaminiche e titillanti, seducenti e sorprendentemente ricche.

L’Inghilterra e il Congo (Oxford Comma, Cape Cod Kwassa Kwassa). Gli XTC e gli Hidden Cameras (A-Punk, Walcott). Gli Animal Collective e Graceland di Paul Simon. La Giamaica, violini e un clavicembalo (M 79, The Kids Don’t Stand A Chance). La new-new wave inglese (Campus,I Stand Corrected), i Battles, il reggaeton e Revolver (Bryn).

E ancora il beat, lo ska, il dub. Con soltanto voce, chitarra, basso, un timpano e una tastierina casio, Ezra Koenig (un passato da touring member dei Dirty Projectors), Rostam Batmanglij, Chris Tomson e Chris Baio hanno probabilmente trovato e condensato la formula per una total world music, vero pop a 360°. In soli 34 minuti 19 secondi. Applausi.

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