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In prossimità dell’uscita del nuovo disco dei VdGG si è sparsa la voce che Don Not Disturb potrebbe essere l’ultimo della gloriosa sigla. Forse qualcuno ha dato peso al simbolismo che si nasconde nella copertina – una foto scattata dalla figlia di Guy Evans nella quale i tre sembrano prossimi a uscire di scena, oppure, al contrario, a entrare in una fagocitante zona di buio assoluto – oppure a certe parole scritte da Hammill che sanno di epitaffio: «all that’s done is done» (Bought To Book); «it’s time to leave… it’s time to let go…» (Go). Altri staranno pensando all’età che avanza e si vede: con i VdGG non hai mai certezze in quanto a scadenze, un disco può essere registrato e pubblicato fra un anno come fra cinque. Ma Peter Hammill, riguardo all’illazione ha detto: «Chi lo sa? Non ci piace dirlo, ma per adesso è così. Naturalmente non stiamo ringiovanendo, ma vogliamo sentirci motivati, ed è quello che è successo per questo disco». Disco nel quale chi segue la band troverà tutto quello che cerca: la voce inconfondibile di Hammill che non punge più ma emoziona ancora, la voce – intesa come marchio che si cerca nello stile di uno scrittore – inconfondibile della band e qualche piccola novità che non sa di rivoluzione, ma è indizio di quella “motivazione” citata dal leader.

Subito, Aloft si presenta con la voglia di stupire, con quella chitarra che apre e chiude il brano come se dovesse entrare in scena Chris Isaak, e il primo accenno di fisarmonica, strumento inserito da Hugh Banton per amplificare la palette sonora. Ma le chitarre grondanti riff da hard band di (Oh No I Must Have Said) Yes, che scivolano in un insolito break da jazz club (pensato da Evans) per riprendere a ruggire ancora più graffianti, non sono meno sorprendenti. Non si tratta però di facili escamotage per avvicinare un nuovo pubblico, perché su Do Not Disturb ci sono soprattutto i VgDD di lungo corso, che a tratti suonano davvero come se questo fosse l’ultimo disco. Brought To Book e Almost The Words sono i piatti forti, che con tutti gli ingredienti da ricetta buona della “casa” – dalle lunghe parti macerate nell’introspezione alle fluide incursioni all’Hammond di Banton (che dice di avere composto il riff di Almost The Words il giorno dopo i fatti del Bataclan di Parigi, pieno di rabbia), ai viscerali interludi che impastano parole e musica in ardenti epiloghi – si candidano a diventare standard della band, almeno nella fase del nuovo millennio. Ma Alfa Berlina e Room 1210, dedicate ai chilometri su chilometri macinati e all’esilio nelle camere d’albergo in tour – la prima col tono effervescente dei giorni del trionfo italiano di Pawn Hearts, la seconda nel modo tipico del Hammill riflessivo – così come la baldanzosa Forever Falling (che manca nella versione in vinile), l’insolito frammento strumentale Shikata Gai Na (manca anche questo) che sarebbe piaciuto ad Alfred Hitchcock e una Go che chiude il lavoro in modo meditativo, riflettono l’immagine di una band che ha ancora cose da dire e sa come dirle.

Do Not Disturb sarà l’ultimo disco dei VdGG? Le ultime notizie dicono che la band sta vagliando date dal vivo per il 2017, e che Hammill ha già composto metà dei brani del prossimo lavoro da solista. Vecchietti sì, ma senza alcuna voglia di andare in pensione. Se i bookies quoteranno la scommessa, punterò sulla pubblicazione del 14° disco di studio.

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