Recensioni
Van Der Graaf Generator
H To He Who, Am The Only One
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Stefano Solventi
- 2 Gennaio 2010

Manchester, 1969: The Aerosol Grey Machine è il primo disco dei Van Der Graaf Generator dopo due anni di tormentate vicissitudini, tra beghe legali e continui cambi di formazione. Il suono prodotto da Peter Hammill (autore, cantante e polistrumentista), Hugh Banton (tastiere), Keith Ellis (basso) e Guy Evans (percussioni) intriga il pubblico e convince la critica (quest’ultima parlerà addirittura di “nuovi Beatles”). Tuttavia, manca ancora qualcosa, l’ingrediente decisivo: il sassofono elettrificato di David Jackson, una scheggia jazz veemente, generosa e anomala che renderà inconfondibile la calligrafia della band.
È grazie all’ottimo The Least We Can Do Is To Wave To Each Other (1970), per qualcuno da considerarsi come il loro vero primo album, che i Van Der Graaf Generator iniziano a riscuotere un più che meritato successo. Però il combo è un calderone, i caratteri stridono, l’iperattività erode i rapporti, gli strumentisti vanno e vengono. Soprattutto, vanno: buon ultimo il bassista Keith Ellis, parzialmente sostituito da Nic Potter, che a sua volta si tratterrà appena il tempo di suonare in tre pezzi di H To He Who, Am The Only One. È l’album della maturità per i “generatori”, le sonorità veementi e preziose, le strutture espanse e ritorte su melodie intensissime: un miracolo di complessità e urgenza, amalgama ipertrofico che pure riesce a sembrare spontaneo, diretto, addirittura toccante.
Il lavoro di arrangiamento e produzione è imponente e calligrafico, e basterebbero a dimostrarlo i primi secondi di The Emperor In His War-Room: flauto, tastiere, basso e batteria compaiono sulla scena simultanei e vaporosi, un senso di leggerezza inafferrabile mentre la voce scolpisce il tema tra brume nichiliste e improvvise deflagrazioni d’acidità. Le canzoni sono percorsi, peripli, avvitamenti tra convulsi cambi di scena e pastose scenografie, con una febbre jazzy a pungolare quel senso d’epica spacey di marca King Crimson (e non a caso c’è Robert Fripp ospite proprio nel pezzo prima citato). Certo, l’imponenza dell’edificio sonico – cui l’organo di Banton è colonna portante, vedi quel che combina in Killer – sarebbe poco senza la scrittura di Hammill, memore di blues e intrisa di post-psichedelia, come quel canto a metà tra shouter black e hard-rocker tenorile, capace altresì di gestire tenerezze come nella stupenda House With No Door, cosmicamente pervasa di spleen e ugge pastorali (Jackson alle prese col flauto, con effetto quasi Traffic).
La conclusiva Pioneers Over C. alza definitivamente l’asticella decollando floydianamente e destrutturando errebì in stile pseudo-Faust, impastando piglio Spirit e misticismi beatlesiani, crimsoniani, canterburiani, in un processo che si dipana erratico e ubriacante attraversando oasi acustiche, assolo incandescenti, sinusoidi misteriose e insensatezze di piano. E pensare che tutto questo non sarà che antipasto del più celebre Pawn Hearts, pubblicato solo pochi mesi dopo.
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