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7.5

Ebbene, sì: c’è stato un tempo in cui Vasco l’ho persino amato. Di più: amavo stare in mezzo a quelli che lo amavano. Perché – adolescente – mi sentivo dei loro, avvertivo chiaramente una vibrazione di appartenenza che nasceva dalla consapevolezza di non appartenere a quasi nulla di tutto ciò che ci era stato servito su un vassoio d’argento. Non è il caso di stare qui a discutere se fossimo o meno in torto. Eravamo ragazzini, porco cane. Però, ecco, Vasco arrivò a vomitarci addosso il riflusso scazzato delle ideologie, regalandoci uno straccio di voce, un anti-eroismo nel quale potevamo persino identificarci.

Il suo fiero provincialismo e la sua balordaggine arguta, il contrasto a perdere tra il machismo alcolico e la sensibilità vulnerabile, parevano una descrizione abbastanza attendibile dello status esistenziale che girava intorno. Erano anni di tossicità montante che qualche anno prima avevano spinto Renato Zero a cantare il drogato come “malato di nostalgia”, ricordate? Poi arrivò Vasco, la cui visione non ammetteva lirismo né giustificazioni. Era piuttosto una disamina cruda seppur stemperata di sarcasmo, un teatrino verista e cazzone come uno schizzo un po’ frettoloso di Pazienza. Il no future del punk proiettato su una cortina fumogena di feste paesane, discoteche tossiche, fiche irraggiungibili e ciucche senza un domani.

Nessuna traccia di fede, non religiosa né tantomeno politica, perché Vasco non è mai stato il paladino di nessuna causa, ma solo uno dei tanti scapestrati – sorta di “re degli ignoranti” cresciuto a badilate punk rock – che si arrangiavano giorno dopo giorno in una società ancora pregna di tradizione, però irreversibilmente in marcia verso il marciume dei valori. In questo senso, la carriera del signor Rossi da Zocca tocca nel 1981 il suo apice. È l’anno del quarto album Siamo solo noi, col quale si consolida la svolta già accennata nel precedente Colpa d’Alfredo: se i primi due lavori – …Ma cosa vuoi che sia una canzone… del 1978 e Non siamo mica gli americani del ‘79 – tradivano una certa attitudine per certo cantautorato visionario e persino giocoso, con l’ingresso nel decennio edonista prende il sopravvento il suo lato più tagliente e crudo, un cinismo feroce e svagato di ascendenza tossica come un guscio da cui comunque intravedi l’insopprimibile tenerezza. Quest’ultimo aspetto sintetizza il senso di quel Vasco, la sua capacità di incarnare tutto un clima – e un problema – generazionale.

Le visioni si fanno quindi più cupe, i ritratti sarcastici, il romanticismo disperato. Il codice pop rock è ricondotto a una sintesi risaputa (facciamo pure desueta) ma efficace di situazioni glam (quello più animalesco e caciarone), punk e persino hard, anche se sottocoperta continua a covare un imprinting canzonettistico deliziosamente balzano. Soprattutto, Siamo solo noi si apre con Siamo solo noi, la canzone che chiama tutti a raccolta, malgrado dimostri poca brillantezza dal punto di vista melodico, le strofe siano strutturate su un talking abbastanza blando steso su un riffettino ossessivo, mentre la successiva detonazione elettrica rappresenti un esito prevedibile e piuttosto grossolano. Eppure: funziona. Funziona eccome. Tocca le corde giuste e in profondità. Riesce a diventare una specie di inno per chi non ha più battaglie da combattere, per gli sconvolti “senza più santi né eroi”, sconfitti perché esclusi dai giochi, perché incapaci di accettare il codice (“non vi stiamo neanche più ad ascoltare”).

Come tutti gli inni, finisce per suonare retorico e dopo tutti questi anni sa un po’ di stantìo, ma contiene forza drammatica sufficiente a re-introdurci nello spirito di quei tempi terribili e ubriacanti. Che le tracce successive sfilettano in modi diversi. C’è il tema dell’amore svilito, tradito e crudele, messo in scena come un divertissement in Che ironia, abbozzato con pennellate da ballad agrodolce e zampate power-pop in Brava e Incredibile romantica: situazioni standard che però qui assumono sfumature contingenti, come una plumbea conseguenza della dis-umanità edonista galoppante. Uno stato di nevrosi che culmina nel punk isterico di Ieri ho sgozzato mio figlio e poi va necessariamente a farsi escapismo, prima nella variante fanfarona col reggae di Voglio andare al mare, poi in quella adrenalinica nel rockaccio al fulmicotone Dimentichiamoci questa città, infine col suo lato più livido nel blues sotto vuoto di Valium, traccia conclusiva che sembra il controcanto grottesco della title track (ed è forse per sdrammatizzare che nelle ristampe fu aggiunta a mo’ di camera di decompressione una breve rilettura di Voglio andare al mare, accelerata con straniante effetto slapstick).

Senza addentrarsi in quello che accadrà più avanti, ovvero nella metamorfosi in Blasco (vero e proprio totem – o spauracchio, dipende dal punto di vista – nazionalpopolare) percepibile già fin dal successivo Vado al massimo, in questo Siamo solo noi si prefigurava un Vasco dall’intensità ragguardevole, emblema degli anni Ottanta del suo e nostro scontento, nonché paradigma di un rock italiano che si palesava  rassegnato a uno status di retroguardia fin dalle premesse (in effetti, rispetto al caleidoscopio wave e post-punk d’oltremanica il suo sound sembrava già allora paleolitico), ma che pur entro questi limiti (e confini) dimostrava di sapersi pensare grande. Di esserlo, anche.

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