• Mar
    01
    2011

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EMI

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Fanno quasi trent'anni che, adolescente, m'invaghii di Vasco Rossi. Non era difficile volergli bene, anzi: quell'adulto fuggito alla maturità, sorta di Peter Pan tanto arguto quanto balordo, lucido e sensibilissimo sotto la buccia dello scazzo perenne, diventò il contrappeso ideale alla sempre più pressante adultificazione. In qualche modo, mi sembrava un cuginastro più grande e scellerato che ha capito la lezione di Lucignolo cavandosela tutto sommato alla grande. Più avanti, quell'immaginario di marachelle tossiche, frustrazioni esistenzial/sentimentali, balbettii allusivi e filosofia spicciola avrebbe rivelato tutti i suoi limiti, la sua velleitaria baldanza – appunto – adolescenziale. Ben presto il rock mise in chiaro di poter dare molto altro e di più, d'essere una faccenda – in ultima analisi – adulta. Ultimi scampoli di simpatia per Liberi liberi, anno 1989, poi tanti saluti al Blasco e alle sue vicissitudini di sedicente perseguitato, almeno per quanto mi riguarda.

Eppure, come sappiamo, con quella strategia da outsider beffardo ma innocuo, con quella tenerezza stropicciata da alcolista mai pentito e lo sguardo da ragazzino in un corpo sempre più bolso, s'è costruito una mitologia nazional-popolare che perdura, riaffermata periodicamente dal rito ciclopico nelle grandi chiese-stadio. Oggi, alla soglia dei sessant'anni, Vasco ed il vaschismo sembrano approdare ad un livello di consapevolezza nuovo, che permette al signor Rossi di gettare la maschera – dopo gli atroci look da supergiovane – sulla mezza età terminale. Questo Vivere o niente, sedicesimo album in repertorio, è infatti una specie di concept sulla "maturità matura", sulla persistenza tra le cose vive, sull'esserci ancora nonostante tutto in compagnia dei soliti vizi e vezzi. Biascicando cioè i ben noti turbamenti esistenziali, balbettando le stesse beffarde allusioni, dipingendosi come un sempre più improbabile outsider, ma con una differenza sostanziale: d'un tratto Vasco è diventato un anziano signore.

Non a caso nel video di Eh… già lui, il Komandante, colui che dicono essere l'unica rock star italiana, sembra il gemello di Vitellozzo, un vecio sul punto di andare al bar per la partitina a carte e un bicchiere di vino. Uno che può quindi permettersi di confessar burlando la crisi spirituale (Manifesto futurista della nuova umanità) e lo scetticismo riguardo al progresso tecnologico (L'aquilone), per poi prodigare consigli paterni disseminandoli di strisciante pessimismo (Prendi la strada). Su questa falsariga c'erano le premesse per sfornare un disco almeno dignitoso, nobilitato per così dire dalla sopravvenuta devastante disillusione che finalmente consentiva all'uomo di prevalere sul personaggio. E invece, macché: c'era da riempire la scaletta, blandire il target, tenere in piedi l'avatar.

Allora avanti coi rockacci tragicomici in overdose da viagra (Sei pazza di me, Non sei quella che eri), con le scialberie sentimentali (la quanto mai uggiosa Stammi vicino), con l'innodia impettita (quella sorta di prequel 883 di Dici che) e con la vacua inquietudine masticata dalla title track. Il tutto confezionato con la consueta mega produzione bidimensionale (circa venticinque i musicisti coinvolti, diretti dal sodale Guido Elmi) perseguendo un'idea sonica disarmante, cristallizzata più o meno a fine anni Ottanta e senza neanche uno straccio d'alibi po-mo (che poi forse è anche meglio). Non è il caso tuttavia di eccedere col biasimo: in tempi di diffusa regressione adolescenziale, coi gadget (e spesso l'imitazione di essi) elevati al rango di valori, un linguaggio del genere può ben dirsi emblematico. E passi se ha l'impudenza di spacciarsi rock.

4 Aprile 2011
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