Recensioni
The Velvet Underground
The Velvet Underground & Nico 45th Anniversary
-
Stefano Solventi
- 2 Novembre 2012

Si potrà pensare che una deluxe edition in sei cd per festeggiare i 45 anni (?) di The Velvet Undergorund & Nico sia, come dire, un’esagerazione. Che qualcuno si sia fatto un po’ prendere la mano. In effetti è così, comunque la vogliamo girare. Tuttavia, se dovessimo scegliere un pugno di titoli seminali nella storia del nostro amato rock, questo disco sarebbe il dito medio che ti lascia il segno con l’anellaccio e che allo stesso tempo è capace di accarezzarti dove neanche t’immaginavi. Come abbiamo già scritto qui e come è stato scritto ovunque, questo disco è rock nella sua concezione più espansa o se preferite meno limitativa. Pop e arty, avanguardistico e tradizionale, brusco e carezzevole in un pensiero solo. Ma lasciamo stare, che qui ci si deve concentrare su questa megalitica operazione, a grandi linee orientata a restituire il contorno più esaustivo possibile, ciò che accadde prima, durante e dopo l’incisione di cotanto capolavoro.
Poche sorprese dai primi due cd, tutto materiale già noto, dedicati rispettivamente alla versione stereo e a quella mono con relativi singoli e versioni alternative (si segnalano due interessanti versioni di All Tomorrow’s Parties, una con singola traccia vocale – splendidamente austera – e l’altra strumentale di cui apprezzi al meglio la trama contro-psych), mentre il quarto volume riserva ben quindici demo inediti colti da due sessioni del ’66 (Scepter Studios Sessions e The Factory Reherseals), tra i quali degni di nota sono una quanto mai sdegnosa Venus In Furs, l’adorabile There She Goes Again cantata (con qualche incertezza) da Nico e poi ovviamente per la loro rarità Walk Alone (sorta di country avariato ad alzo zero sulla vita) ed il garage blues nevrotico di Miss Joanie Lee.
Nel quinto e sesto cd trova finalmente pubblicazione ufficiale il Live at Valleydale Ballroom, inciso nel ’67 a Columbus, Ohio, finora noto come bootleg perlopiù e limitatamente alla prima ed ultima traccia, buono come documento riguardo il piglio on stage della band, visionario e spigoloso, così brutalmente arty, vedi la fierezza scostante di The Black Angel’s Death Song o la fluviale Melody Laughter, in pratica il post-rock prima del rock “maturo”. Certo, va premuto forte il pedale dell’immaginazione perché siamo oltre la soglia minima del lo-fi, anche se basta e avanza a fermare il cuore quando ci s’imbatte nel lirismo sospeso di The Nothing Song, con una Nico androide esoterica mentre il raga si spampana con serialità inflessibile per quasi mezz’ora.
A proposito della chanteuse germanica, stupisce la scelta di dedicare tutto il terzo dischetto a Chelsea Girl, suo coevo disco d’esordio solista, col quale non mancano ovvi collegamenti cui però credo andrebbe riconosciuta grandezza autonoma, qui invece ridotto a (stupenda) appendice con modalità invero un po’ gratuita. In definitiva una bella operazione d’archivio che non aggiunge molto a quanto già sapevamo (soprattutto dopo il prezioso box Peel Slowly And See del ’95) e che pure non mancherà di tentare gli appassionati del velluto sotterraneo. Se poi tra chi legge queste righe ci fosse qualcuno che non ha ancora avuto la fortuna di conoscere tutto questo ben di dio, a lui vada il mio invito a rimediare urgentemente nonché la mia più cordiale invidia per l’impareggiabile goduria che lo attende.
Amazon
