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È il 1967 quando Reed, Cale, Morrison e Maureen Tucker, accolti da un paio d’anni sotto l’ala protettiva della Factory di Andy Warhol, pubblicano finalmente Velvet Underground & Nico, cui avevano dato faticosamente vita l’anno precedente.

Fuori c’è il gran vociare della Summer of Love, il flower power come impegno politico, il sesso libero misto al rock psichedelico, uno scenario dal quale saranno in pochi a chiamarsi fuori. C’è Frank Zappa, il finto freak e rivale in casa Verve: questione di primedonne che mal convivono sotto lo stesso tetto, questione di due approcci musicali antitetici. Da una parte la complessità sarcastica di Zappa, dall’altra l’essenzialità decadente dei Velvet. Bob Dylan, calato in un continuo dentro e fuori dalla cultura hippie ma comunque stella polare quando si tratta di coniugare rock e letteratura, la stessa strada intrapresa da Reed che come un novello Faulkner è pronto a sceneggiare la vita in cancrena dei bassifondi newyorkesi, esplicitando sotto forma di romanzo rock quelle verità fatiscenti, morbose, fragili.

Ovviamente ci sono i Velvet Underground, che respirano l’aria della Factory a pieni polmoni lasciando in sottofondo tutto il resto. Una band che è un’esplosione di contraddizioni a partire dal background degli stessi protagonisti: Lou Reed aveva il rock nel sangue, ma scriveva canzoncine pop a basso costo per la Pickwick. John Cale veniva fuori dall’esperienza minimalista con La Monte Young. Sterling era l’amico ritrovato di Lou dai tempi della Syracuse University, mentre Maureen Tucker la perfetta sconosciuta, pescata tramite qualche conoscenza in una camera di New York. In più Warhol, che allunga la sua ombra sul debutto del gruppo imponendo la presenza di Nico, chanteuse germanica osteggiata da tutti ma perfetta nell’interpretare il ruolo dell’angelo oscuro, e dando vita all’artwork più famoso nella storia del rock. Ecco che allora ad emergere in Velvet Underground & Nico è questo irripetibile equilibrio delle parti, capace di riflettersi in musica lungo le undici tracce del disco.

C’è l’intro gentile di Sunday Morning (l’unica a godere di un suono pulito e registrato adeguatamente, merito di Tom Wilson, forse il solo produttore vero che il gruppo incontrerà lungo la sua carriera) a contrasto con l’improvvisazione free di European son, sulla cui creazione Reed disse: ebbi un’idea quando scoprii la chitarra elettrica. Questa: non sarebbe stato incredibile se fossi riuscito a suonare come Ornette Coleman usando una chitarra?. Il monolite I’m waiting for the man, un rock’n’roll bianco sempre uguale per quattro minuti e quaranta secondi aspettando lo spacciatore di turno, a cui fa da contraltare il lirismo di Cale in The black angel’s death song, con la sua viola a prendersi la ribalta. Oppure la voce di Nico che si insinua fragile nelle pieghe della canzone d’amore probabilmente a lei dedicata, I’ll be your Mirror, e Venus in Furs, certo una canzone d’amore ma nondimeno colonna sonora di migliaia scenari sadomaso dall’ Exploding Plastic Inevitable in poi, forse il vero culmine dell’espressione velvettiana, il momento in cui è più sottile il divario tra intenzioni e realizzazione, a detta anche degli stessi protagonisti.

Questa è la storia di un disco capace di tracciare le fila musicali del futuro prossimo e remoto, come forse solo Sgt. Pepper ha saputo fare. E’ a partire da qui che nasce la scena di Detroit con MC5 e Stooges, il glam-rock dei New York Dolls, il Paisley underground tutto, o ancora il post punk, quello americano targato Television, Suicide e Pere Ubu e quello inglese dei Joy Division. Ne beneficiano una moltitudine di gruppi improntati al nero, dai Throbbing Gristle ai Birthday party.

Nei mid 80s sarà la volta dei New Order, delle chitarre feedback di Jesus And Mary Chain e Spacemen 3, a distanza di qualche anno dei Primal scream, senza nemmeno citare la gioventù sonica, il garage in lo-fi e i Vaselines, che arriveranno di lì a poco, sonorità probabilmente più debitrici verso l’altro capolavoro, il successivo White Light White Heat.

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