Recensioni

6.8

Come produttore per conto di istituzioni rock e folk, vedi U2, Bob Dylan e Peter Gabriel, il lavoro di Daniel Lanois è sempre stato celebrato e ben stampato nei crediti di dischi anche epocali. Storico collaboratore di Brian Eno, è stato proprio grazie all’intercessione del non musicista che il canadese ha spiccato il volo come uno degli ingegneri del suono e produttori più in vista del music biz. Normale che il suo nome venga associato alle note tecniche di pilastri novecenteschi come The Joshua Tree, SO o Time Out of Mind, e altrettanto naturale è il fatto che il personale percorso come (multi) strumentista in solo, e in particolare come ambient guitarist e alla pedal steel, sia noto a una cerchia ben più stretta di persone.

Suo il tocco sullo strumento che erroneamente associamo alle Hawaii e che Eno volle nel suo Apollo per conferire ad alcune delle sue composizioni «l’impressione di uno spazio senza peso», e proprio questo approccio, aereo e sospeso, è la controparte ideale/bucolica dei vorticosi break e micro break di Venetian Snares di cui Lanois, da un paio di anni a questa parte, sappiamo essere un grande fan. Da queste premesse, i due, entrambi canadesi, provano le sorti di un disco che non poteva non rivelarsi una miscela instabile nel migliore dei casi, una provetta con il vetro rotto pronta a far schizzare il suo contenuto in ogni direzione. Tutto è caos qui, eppure tutto è controllo, ed è proprio quando la miscela cerca di uscire dal suo contenitore che qualcosa di interessante accade. Chi ama il lavoro di Aaron Funk lo ritroverà “drillante” come nei più estrosi momenti, i fan del Lanois solista dovranno invece fare i conti con tutto questo, in un disco che non è un capolavoro ma neppure l’ultimo dei progetti paralleli di Frusciante pensati e prodotti per la mera auto-fruizione.

A partire dai titoli delle tracce più hacker style (e salutiamo Aphex Twin che per primo – o secondo, dopo gli Autechre – li utilizzò per nominare le proprie tracce) ci ritroviamo nel mezzo della maturazione (o meglio, di una esplosione prismatica) di ciò che i due avevano proposto live alla Great Hall di Toronto, dopo iniziali session di improvvisazione utili a tastare i rispettivi polsi. Il plot è quello di Rossz csillag alatt született, che è il disco che ha fatto innamorare Lanois del mondo Venetian Snares. Ma qui non c’è la classica, bensì la sopracitata immaterialità alla steel, (anche all’Omnichord e alla chitarra elettrica) fornita dal produttore, impronta sonora che il breakcorer tenta, nei 33 minuti di durata del disco, di smontare in ogni modo possibile, con le buone e soprattutto con le cattive, in un qualcosa che sì, sembra Apollo in versione breakcore, ma ecco, non solo.

La bella notizia è dunque che Funk, in almeno due momenti, con i break va giù pensante, come non capitava da anni. Sopra quelli mette, alla bisogna, i modulari e il campionamento in tempo reale delle parti del produttore, facendo schizzare quest’ultime in mille direzioni, in qualcosa di aerodinamicamente orchestrale – come lo sono poi, mutatis mutandis, le sue produzioni più famose – ma anche di straziante/sublime come si confà alla miglior tradizione breakcore. Che lo stesso risultato avrebbe potuto realizzarsi con il solo sampling del catalogo solista del blasonato produttore è lecito pensarlo, anche perché il meglio arriva nei momenti in cui è il capellone di Winnipeg a dominare lo spettro sonoro. Accade in United P92, che non è neppure la più aggressiva, ma soprattutto nei 3:37 minuti di Mothors Pressroll P131, che meritano quasi da soli l’acquisto. Altrove succede qualcosa che potrebbe ricordare molto alla lontana road movie senza immagini come The West o Trans Canada Highway o anche la colonna sonora di Paris, Texas. Il resto è anche maniera, spettacolo pirotecnico, fuochi d’artificio di ferragosto. Cose che abbiamo già sentito mille volte, né più né meno, eppure eseguite al riparo dall’esercizio formale, come accade nella finale/ambientale Ophelius 1stP118, che non è male davvero e sembra ricongiungere il co-produttore di Joshua Tree con l’amore di sempre per Ry Cooder e il sopracitato capolavoro wendersiano.

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