• Lug
    30
    2001

Campi magnetici

Blackout

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Ma che cazzo ci ha chiesto questo?” Si può pensare che cominci qui, nella sala stampa di un lontano Heineken Jammin’ Festival, con questa cruda reazione di smarrimento alla domanda di un noto giornalista, la parabola di uno dei più importanti e controversi gruppi italiani degli ultimi anni. I Verdena (al secolo Roberta Sammarelli, Alberto e Luca Ferrari) nell’estate del 1999 hanno appena pubblicato il singolo Valvonauta e si apprestano ad affrontare il palco di Imola. È in questo contesto che Mario Luzzato Fegiz pone ai tre una domanda sulla “scena hip-hop italiana”, scatenando la reazione – più imbarazzata che strafottente – del più giovane dei fratelli Ferrari. Ed è proprio in quel “ma che cazzo” che si può riassumere l’anima della band orobica: selvatica, guidata dalla volontà di assecondare le proprie inclinazioni senza interessarsi troppo alle possibili reazioni degli ascoltatori (o interlocutori: in quel caldo pomeriggio del 1999, Mario Luzzato Fegiz non reagì benissimo).

Per convincersi della tendenza autarchica dei Verdena, basta pensare alla loro discografia: dopo i primi due dischi i Nostri si affidano anche in studio al frontman Alberto Ferrari. Se il rock senza fronzoli de Il Suicidio Dei Samurai denota ancora margini di crescita, con Requiem assistiamo alla maturazione definitiva dell’ensemble bergamasca, che con il doppio Wow tocca il proprio Zenit creativo, tra virate stoner, aperture psichedeliche e ballate pop di stampo classico.

Tralasciando l’omonimo esordio del 1999, è però sul secondo disco della discografia verdeniana che ci si concentra: quel Solo un grande sasso che per l’ultima volta li vede prodotti da mani aliene (quelle di Manuel Agnelli) e si pone come crocevia di quanto la band saprà fare da qui in poi. La tua fretta è già un chiaro guanto di sfida: affidare l’apertura del secondo disco a chitarra acustica, voce e mellotron, per un gruppo che sembrava solo spingere sull’acceleratore, pare una netta dichiarazione d’intenti. Spaceman, primo singolo, traccia la via: chitarre stratificate, echi Motorpsycho, riff Seventies e nessun ritornello killer; a farsi strada sono semmai le tastiere, che impreziosiscono e compattano il suono della band. E se Cara prudenza e Buona risposta rivelano ancora legami col passato, le cavalcate Nova, 1000 anni con Elide e Centrifuga mettono in luce una nuova tendenza a divagare tra certo post-rock strumentale à la Mogwai e i già citati Motorpsycho, veri ispiratori del disco. Stupisce Nel mio letto, ballata pianistica tra Lennon e gli Sparklehorse, così come la conclusiva Meduse e tappeti, acusticheggiante affogato di delay e feedback; nel mezzo, il singolo Miami Safari e la notevole Onan, sorta di Vortex Surfer casalinga. Vertice artistico ed emotivo del disco è Starless, con un riff debitore – oltre che verso il già citato trio norvegese – degli Smashing Pumpkins di Billy Corgan.

A sfavore del disco gioca forse una certa tendenza alla divagazione e una produzione che spinge troppo sulle chitarre, a tratti sommergendo una batteria che, nei seguenti lavori, diventerà l’architrave su cui costruire dinamiche e strutture imprevedibili. Registrato presso le Officine Meccaniche di Milano, Solo un grande sasso è un calcio ben assestato al Seattle sound, a chi voleva i Verdena figliocci fuori tempo massimo dei Nirvana, ma anche a tutti quelli che speravano nel reiterarsi del “teen spirit” e del pop-rock virato al grunge dell’esordio.

14 Luglio 2013
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