• Gen
    01
    2011

Album
Wow

Universal

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Se Requiem staccava il ticket di una maturità prossima ventura e in progress, passati tre anni il balzo evolutivo ci obbliga a meravigliarci di nuovo. Ovvero, i tre bergamaschi hanno bruciato un bel po’ di tappe, fatto sbocciare conigli dai cilindri, scoperchiato vasi di Pandora e via tambureggiando. Ventisette le tracce per un disco doppio che nei codici rock significa pur sempre un turning point. La band, guidata anche in fase di produzione dal leader Alberto Ferrari, si è buttata a capofitto in un sentiero acido e spigoloso, tutto svolte, visioni e circonvoluzioni, dove tra i pezzi e nei pezzi t’imbatti in Motorpsycho e Jimi Hendrix, Kyuss ed Animal Collective, Jefferson Airplane e residui Radiohead, Flaming Lips e certi Beatles altezza White Album (esplicitamente omaggiati nell’incipit di Rossella Roll Over, che ricicla distorcendolo quello di Ob-La-Di, Ob-La-Da). Oltre ad un santino Lucio Battisti in qualche tasca e puntando idealmente forse alla bislacca velleità di quei Moby Grape che nel ’68 licenziarono un sophomore intitolato anch’esso – guarda un po’ – Wow.

Molte ballate dall’incedere lunatico, ora dolciastre o d’un tratto focose. Iperblues che ruggiscono e crepitano con bruschezza valvolare/progressiva. Il piano che cuce trame appassionate e smarrite, mentre gli archi chiosano parentesi di abbandono. Eppoi synth tra il gotico e lo spacey, cori e coretti a pennellare suggestioni balzane, tutto un assedio di mostriciattoli sonici ad assediare gli interstizi. E’ una strategia di depistaggio sistematico, l’edificazione di una stranezza abbacinata dove la melodia è una nenia che pulsa appassionata e flebile, limitandosi a sciorinare parole disarticolate, spesso (volutamente) poco comprensibili, affondate nella bambagia lisergica. Un’autentica goduria auditiva, se si è in cerca di strattoni spasmodici, di vampe oniriche e aspre mirabilie.

Diciamolo: i Verdena si sono cuciti addosso abiti dalla squinternata ricercatezza, e gli calano a pennello. Il problema è semmai portarli con naturalezza. Ed è un problema decisivo. Manca infatti alla loro musica una ragion d’essere forte e genuina, che s’imponga con la semplice evidenza e necessità di sé. La sensazione è che stiano spendendo energie ad afferrare un linguaggio – a dimostrarsene in grado – sempre più complesso e strutturato. Che in effetti padroneggiano e anche con disinvoltura, ma che non gli appartiene. Ragion per cui si meritano un convinto: bravi, bravi davvero. Ma grandi no, non ancora.

16 Gennaio 2011
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