• Ott
    24
    2012

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Certi dischi evocano immagini, magari di altri dischi. 1976-1991 ci fa venire in mente l’interno di copertina di Bleach dei Nirvana nel lontano 1989, quando il grunge era per lo più una costola più incazzata del garage rock e Cobain si faceva le ossa sugli Stoogese qualche disco metal. Del resto si potrebbero citare decine e decine di immagini o copertine che si ricollegano all’altezza cronologica indicata dal titolo del secondo album dei Versailles. Il duo pesarese, che ha nel portfolio esperienze diversificate (daMaria Antonietta agli Scanners), deve aver assimilato molto bene l’estetica garage-punk, perché ha trovato una formula pacifica che, passando dall’uso della lingua italiana (in pochi episodi, a dire il vero), riassume e rielabora questo immaginario.

I brani sono dieci, il minutaggio veramente basso, ma sembrano non esserci necessità ulteriori. Muniti di batteria ossessiva, feedback spaccatimpani, apparati ipnotizzanti di rumoristica, monoaccordi e monofrasi lunghissime, i due decriptano quel che più ci affascina di questo genere: quel desiderio/necessità di annuire con il capo e tenere il tempo, quasi in preda a visioni appagate semplicemente da un muro di Marshall e qualche tamburo. Per fare ciò, i Versailles vanno a pescare dall’accogliente mare di Black Keys (Rollin’), Black Rebel Motorcycle Club (Ma dov’è la severità?), macchiando il tutto con un gusto desert (Intro – An Hour suona molto Kyuss) che non dispiace.

Quello che più ci diverte, convince e in qualche in modo legittima un’operazione altrimenti monotona e ad alto rischio sbadiglio, tuttavia, è quel pizzico di ironia dark-punk che i due vanno a riprendere dai Cramps di Song The Lord Tought Us o dai Christian Death di Only Theatre Of Pain (salvo la caratteristica altamente lo-fi dell’effetto-rozzezza del recording). Quel cantato svogliato, strafottente e stonato che si nota nell’iniziale Uh! Uh! Ah!, in Sweetie Queers e soprattutto nella monolitica MareNero.

Bisogna aspettare che i minuti passino in Back in The ’60 per assaporare un’ultima avvolgente ghost track – recitata in italiano su un monoaccordo altissimo e rumorosissimo – che non tarderà a far chiamare in causa gliOfflaga Disco Pax, salvo poi capire che qui siamo su un altro pianeta, quello semmai degli happening deiVelvet Underground o dei Suicide. E scusate se è poco.

22 Aprile 2013
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