Recensioni
Vince Gilligan
El Camino - Il film di Breaking Bad
-
Davide Cantire
- 20 Ottobre 2019

«Questo film, detto molto sinceramente, non ha necessità di esistere. Sostengo il fatto che Breaking Bad sia autosufficiente. E ne vado fiero. […] Spero che la gente lo prenda per quello che è: qualcosa che vuole essere un regalo per i fan e per Aaron Paul, che credo davvero meriti molti altri film in cui è la star. Il film è stato fatto per amor suo, ed è qualcosa che spero le persone apprezzeranno e da cui possano trarre una soddisfazione profonda».
Fine della questione. Le parole succitate appartengono nientemeno che a Vince Gilligan in persona, colui che ha creato Breaking Bad – non c’è bisogno di ricordare che si tratta di una delle serie simbolo degli ultimi anni – e artefice, insieme a un folto gruppo di collaboratori e registi scelti con accuratezza, del nuovo modo di concepire una serie televisiva. Infatti, è proprio grazie a Breaking Bad che lo standard visivo e narrativo di un normale prodotto per il piccolo schermo si è notevolmente alzato e ha poi portato a una vera e propria rivoluzione della produzione tutta, in grado di spingere altri autori a osare, a tentare soluzioni più coraggiose, a sfidare il cinema con le sue stesse armi (vengono in mente prodotti successivi come True Detective o Fargo). Nel corso delle sue cinque stagioni, Breaking Bad non si è mai innalzato a livello di svolte narrative o colpi di scena sensazionalistici, non era quello il suo scopo: il suo maggior pregio è stato il saper dosare alla perfezione tutti quegli elementi che gravitano attorno al concetto stesso di narrazione, con temi come etica, morale, ambizione umana e perversione in grado di mescolarsi e inserirsi all’interno delle tipiche dinamiche da gangster/drug movie, contaminate con il più americano dei generi cinematografici: il western di frontiera.
Dopo cinque stagioni e 62 episodi, Breaking Bad è stato capace di narrare con una dovizia di particolari fino ad allora senza precedenti la discesa umana e morale di un uomo sostanzialmente buono, che improvvisamente sacrifica tutto ciò che ha di più caro per il più estremo degli egoismi, esplicitato nella catchphrase «I was alive». Detto questo, sarebbe stato oltremodo pretenzioso il voler restituire la stessa pienezza di significato, un’altrettanto soddisfacente chiusura dell’arco narrativo, anche per Jesse Pinkman in un solo lungometraggio. Gilligan, appunto, spezza queste fantasie sul nascere. Confinando il suo personaggio in un arco narrativo transitorio e brevissimo, che erediti e intensifichi quanto visto sul finale di Felina e funga da parentesi interna alla stessa serie, dalla quale non può in alcun modo prescindere. Accettando di tornare a riprendere il filo del discorso (già chiuso in quell’intenso e perfetto finale), Gilligan nel caso di El Camino non cerca di esplorare nuovi orizzonti, né tantomeno di ricalcare la formula già nota, così come – e questo è forse uno dei punti che più gli sono stati criticati – non cerca nemmeno di elevare la materia Breaking Bad a quella forma cinematografica inseguita ripetutamente per cinque stagioni. Nell’ottica del suo autore, El Camino è e rimane una parentesi non necessaria, che assume quindi la forma di un doppio episodio esteso ma dalla narrazione unica e non frammentata.
Fin dal titolo (El Camino è sì la Chevrolet con cui Pinkman scappa nel finale di serie, ma è anche traducibile con “la strada”) è chiaro che quello che abbiamo di fronte è un road movie con tutti i crismi del genere, dove in maniera più esplicita rispetto al passato Gilligan può dare sfogo al suo amore per il western classico e portarlo all’interno delle dinamiche da frontiera tipiche del sud degli Stati Uniti odierni; non è un caso che all’interno vi sia un duello all’antica con tanto di pistole (Colt poi) nella fondina estratte dalla mano più veloce (e più furba), non è un caso se le auto sono a tutti gli effetti dei personaggi muti con ruoli ben precisi (dalla già citata Chevrolet alla Fiero, dal camion della ditta di costruzioni al mini-van di Ed Galbraith, per arrivare all’anonima 4×4 con cui si chiude la pellicola), non è un caso se anche il più piccolo dei personaggi secondari ha un’importanza capitale (accadeva in ogni western che si ricordi) o se le figure femminili non fanno praticamente parte di quello che è in fin dei conti un disegno circostanziato ai pochi giorni di fuga del protagonista. Gilligan, costruendo un apparato visivo affascinante come sempre – basti citare la potenza dello spin-off Better Call Saul, al quale venivano mosse le stesse critiche all’epoca della sua prima stagione -, non cerca quindi di tratteggiare un’evoluzione psicologica impossibile per Pinkman, nonostante questi non sia lo stesso personaggio che ha condito le visioni degli episodi della serie al suon di “yo” e “bitch!” – è naturalmente il frutto dei mesi di prigionia passati sotto il controllo dei neo-nazisti di Uncle Jack, di cui vediamo il trauma ancora aperto.
Semmai, qualche perplessità sorge sul finale, in quel sorriso che finalmente spunta sul volto segnato da anni di scelte non compiute ma eseguite. Ed è proprio qui il punto. «Probabilmente ci sarebbe stata questa ragazza bisognosa d’aiuto. Lui avrebbe dovuto nascondersi oltre il confine canadese e questa donna sarebbe stata la cameriera di un motel o qualcosa del genere. Lui avrebbe cominciato a impegnarsi per salvarla, ben sapendo che avrebbe sofferto per questo e che probabilmente sarebbe stato catturato. […] Pensavo di inserire la componente dell’insonnia. Non avrebbe dormito una singola notte durante la fuga. La polizia lo sta cercando e lui è troppo carico di adrenalina per dormire. Alla fine dei giochi lui è in cella e ironicamente sprofonda nel sonno come un bambino». Questo, a detta di Gilligan, il finale alternativo della pellicola, chiaramente molto più risolutivo a livello etico e morale (stiamo comunque seguendo quello che è un pluriomicida ricercato), ma probabilmente anche poco coerente con quanto visto fino al momento della fuga in Alaska (senza poi contare che a livello pratico non sarebbero bastati i 122 minuti del film). Ecco perché il sorriso di Jesse Pinkman alla fine di El Camino è più sottile di quanto si pensi: non è quello di un uomo che ha finalmente trovato la pace dopo anni di agonia, ma quello di qualcuno finalmente padrone del proprio destino (emblematica è in questo senso la scena “reunion” con Walter White). Se questo lo condurrà a una vita anonimamente felice o all’arresto sarà solo lui a deciderlo. Finalmente.
Amazon
