Recensioni

TOP
8

I primi anni ottanta. Musicalmente, il periodo assomiglia alla spuma di un’onda sul punto di precipitare, tra ultimi fuochi punk, spuri compiacimenti elettronici, amplificazioni selvagge e contaminazioni sbalorditive. E tradizione che preme per indossare maschere nuove. A Los Angeles spuntano come demoni meravigliosi i Gun Club. Ma quella, signori, è la California. A Milwakee, stato del Wisconsin, città dei grandi laghi e della birra, accade qualcosa di simile, in qualche modo. Ma diverso. Il destino suggerisce a Gordon Gano (voce e chitarra), Victor De Lorenzo (batteria) e Brian Ritchie (basso e un sacco di altre cose) una missione chiamata Violent Femmes. Obiettivi principali: ruvidezza, genuinità, mancanza di rispetto. Tutti raggiunti, e al primo colpo.

La loro prima leggendaria esibizione, avvenuta nella scuola frequentata da Gano, non fu priva di conseguenze: le liriche troppo allusive (che in realtà poco lasciavano all’immaginazione) guadagnarono al vocalist l’allontanamento dall’istituto e al padre di lui – predicatore battista convinto di aver cresciuto il pargolo a pane e riverenze sacre – qualche motivo di imbarazzo e riflessione. In realtà i tre sciagurati un sacro fuoco da adorare ce l’avevano eccome, e alimentato da combustibili doc: come i Modern Lovers del geniale loser Jonathan Richman, o il Tom Verlaine artefice di irrequieti sogni lunari, eppoi il country-folk, il vaudeville, il blues, Lou Reed, la verve del jazz, la Bibbia, il teatro d’avanguardia…

Ingredienti che, ben centrifugati e sottoposti a febbrile disciplina unplugged (ante litteram), costituirono motore e sostanza dell’omonimo album d’esordio, ancora oggi bruciante come un nervo appena scoperto, come se avesse preso letteralmente a ceffoni le ingiurie degli anni. In che modo questo sia possibile, è un mistero ma neanche troppo: in realtà il chitarrone di Gano, il diteggiare fibroso di Ritchie e le batterie improvvisate di De Lorenzo furono e sono la manifestazione tangibile di un dissidio antico e ancora attualissimo, quello tra carne e spirito, tra convenzione e istinto, tra regole e fregole. Di questo sono fatte le loro canzoni, dello stesso impasto che da sempre rende necessario, impellente, naturale il fenomeno “rock”.

Insomma, Violent Femmes è un disco esplosivo fin dal mefistofelico arpeggio che apre Blister In The Sun, due minuti e mezzo di lusinghe ormonali e potenza de-elettrificata, spiritello campestre prestato alle smanie del punk, vero e proprio sortilegio acustico i cui gran cerimonieri sono una batteria perversa (che esibisce in punta d’orgoglio la propria nudità) e la voce di Gano trotterellante sul ritornello assatanato. Qui, contese tra la provincia e il mondo, le radici del folk ritrovano urgenza, senso e applicazione.

Per poi carburare bellamente rhythm and blues, come è il caso della convulsa Add It Up o quella fanfaluca di Prove My Love (dove De Lorenzo si esalta tra sincopi e ratataplan). E che dire dell’estro stradaiolo di Gone Daddy Gone – con quello xilofono da mortesecca burlona – e del jazz-blues di Confessions? Per approdare infine a Good Feeling, con quel sorprendente assolo di violino e tutto un languore sordidello che fa coagulare lo spirito Velvet Underground annidato tra i solchi.

I lavori successivi (soprattutto Halloweed Ground e 3) si difesero bene senza però eguagliare freschezza, urgenza e ispirazione dell’esordio. Che resta disco godurioso, dalla portata enorme per tanto “indie” successivo e oserei dire contemporaneo.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette