Recensioni

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Ma siamo tornati a Blister in the Sun? Uno potrebbe chiederselo se appena “apre” un disco nuovo dei Violent Femmes sente quel riff – un po’ più elettrico – e quel beat. Parliamo di Memory, un brano che, come ha spiegato Gordon Gano, viene da un demo di venti/venticinque anni fa. Che il primo album dal 2000 abbia come brano di punta un presunto “scarto” non è un bel biglietto da visita, ma Memory è una bella canzone e sarebbe stato un peccato se fosse rimasta in un cassetto.

Comunque, nel caso l’incipit lasciasse ancora qualche dubbio, gli altri brani spazzano via ogni remora: We Can Do Anything è proprio un album classico del trio di Milwaukee (ormai più un duo dei soli Gano e Brian Ritchie). Classico che più classico non si può. Le filastrocche da jug band di I Could Be Anything e Issues sanno di vecchia cara american music, con qualche spruzzata caraibica tanto per ricordare i bei tempi. In una sorta di piccolo tributo che fanno a se stessi, Gano e Ritchie riprendono la vecchia abitudine – guarda caso di Violent Femmes, anno 1983 – di registrare strumenti e voce live in studio e fanno quello che storicamente gli riesce meglio da sempre – che sia il punk acustico un po’ swingante e bislacco di Holy Ghost e Big Car, il pop-folk di Foothills, la strimpellata surreal-country di I’m Not Done.

Se reunion dev’essere per motivi che non siano chissà quale nuova ispirazione, almeno abbia la freschezza accattivante di queste canzoni, che recuperano un po’ del fascino sbarazzino e della magia dei primi Violent Femmes. Giusto per ricordarci perché abbiamo amato tanto il loro allucinato revival folk.

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