Recensioni

7.6

Un sodalizio che ha inizio nella prima metà del 2011, un primo promettente vagito nel Silent Drops EP, poi la consacrazione col pubblico nel Labyrinth festival giapponese di settembre e adesso l'album, culmine e perfezionamento di un percorso in continua crescita. Voices From The Lake è ora l'ambizioso progetto di due producers italiani, Donato Dozzy e Neel, entrambi sbocciati nella scena romana e da sempre impegnati in sperimentazioni e raffinamenti elettronici sfumati ambient e techno. Quello attuale sembra essere il momento dell'apice formale, e la promozione a pieni voti da parte di RA non è altro che un enorme riflettore impossibile da ignorare puntato addosso a loro.

L'entusiasmo trova facile giustificazione perché l'album è curatissimo e capace di una sottile comunicazione cerebrale, tocca contenuti più propri della sfera psichica che strettamente estetici e mira ad un empatia organica tra ascoltatore e ambientazione. La partenza è nel segno dell'understatement, Lyo si mantiene astratta e indefinita mentre trascina i Drexciya più gocciolanti su tessuti techno-dub dalle inconsapevoli potenzialità ritmiche, ma quando poi sfocia sui trattamenti minimal di Vega (con quel sentire tribal che fa tanto Villalobos) e le rarefazioni ambient di Manuvex (introversione Arandel senza le sue distrazioni esotiche) diventa chiaro il disegno complessivo: un'esperienza d'ascolto prolungata e senza interruzioni che scommette tutto sulla dilatazione estrema di tempi e spazi, diventando immersione in un acquario sonoro isolato da tutto. Quasi fosse la colonna sonora pensata per profonde riflessioni metafisiche su uomo e natura.

Da Circe in poi il disco decolla, trasformandosi in braindance da capogiro, suggestiva e ad altissima definizione. Chiamiamola pure ambient house, ma pulsante di linfa vitale, un passo oltre anche quel BNJMN che l'anno scorso aveva già ridefinito le possibilità formali di questo suono. E l'ipnosi diventa profonda, mentre si passa dai trip cosmici di S.T. Reworked (Jean-Michel Jarre anestetizzato e trascinato nell'assenza di gravità) all'ellissi tribal silenziosa di Meikyu (ritratto di Murcof al buio), con quella cassa quadra morbida che mette il sangue in circolo verso gli spazi creati dai rullanti e dagli arpeggi sintetici, In Giova e i due Twins In Virgo che chiudono su una space disco in dormiveglia e i bleeps di Mika che riprogrammano il viaggio interstellare.

Alla fine Hgs rende esplicita l'assenza di tempo, il divenire del particolare che è nello stesso tempo immutabilità del piano complessivo. Minimal, dub techno e space sound sono gli inserimenti adottati ad arte e sempre nella giusta misura, tutti tasselli posizionati al proprio posto per dare al suono spessore e dinamismo senza esagerare in eccentricità. Sembra esser questa la nuova sfida dell'elettronica house e techno di questi giorni, la stimolazione neurale che ragiona sull'implicito, sull'assorbimento inconscio, eliminando l'immagine di facciata volta al dancing. Un filo conduttore che in modi diversi lega le ultime esplorazioni dub, ambient, minimal e house abbracciando realtà anche diversissime, da Deepchord a Talabot, da Tim Hecker a Nicolas Jaar e in mezzo i vari Desolate, Andy Stott e Blondes, tutti accomunati da un taglio dell'esteriorità superflua in favore di una magnificazione della sostanza. Intelligent music al quadrato. Che la "re-decade" sia ormai passata?

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