• mar
    05
    2013

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Don Giovanni

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Se nei 70s avevi vent’anni e volevi emozioni forti, ti mettevi sulla strada per una vita raminga sulle tracce di tutti gli hobo e i Neal Cassady che avevi in testa. Un’idea di vita che si specchia anche nella musica di quegli anni, vedi un Lester Bangs che segue tour infiniti in giro per gli States. Se i vent’anni invece gli vivi oggi e dentro di te alberga ancora uno spirito rock indomito e primigenio, però, quella vita non ha più molto senso: troppe le componenti digitali, le connessioni quotidiane e troppo poche le terre da esplorare alzando il pollice lungo la statale. Quel mito 70s diventa allora un feticcio fragile, da andare a scandagliare attraverso la lente d’ingrandimento del rock 90s: storie di teenage angst, vite vissute, sofferenze sputate tra i denti, dolenze cosmiche sporcate della polvere di una strada immaginata. Si inserisce perfettamente in questo contesto la fin qui breve parabola di Katie Crutchfield, in arte Waxahatchee, vent’anni o poco più, che dall’Alabama arriva a Philadelphia per registrare in casa (ovviamente vissuta in condivisione con la sorella gemella e il resto della band) il secondo disco.

Cerulean Salt è uscito a inizio marzo negli States e la Crutchfield è osannata come la nuova musa del rock. Le vendite di aprile, sempre negli USA, confermano la crescente attenzione attorno alla chanteuse dell’indie-mondo a stelle e strisce. Gli elementi per fare il salto da una misconosciuta realtà indie a un act capace di portare su di sé le luci della ribalta ci sono tutte: la carica reazionaria di un mix musicale post-grunge  à la Pearl Jam decaduti, il tocco riot grrrl (humus urbano dal quale emerge la stessa Crutchfield) di una voce roca ed espressiva quanto basta, l’attenta alternanza di pezzi più muscolari (sebbene mai troppo) a ballad acustiche da cantare con il cuore in gola. Peccato che non vi si ritrovi segno di un ritornello, anthemico o meno, che si ricordi. Era in fondo anche questo a rendere grandi brani di band degli anni Novanta come i già citati Pearl Jam, gli Screaming Trees, gli Afghan Wigs solo per dire di alcuni che hanno lasciato un segno. Ma non convincono nemmeno i paragoni con PJ Harvey (che negli anni si è scelta un percorso in direzione diversa dalla reazione rock), ma anche di un’artista tuttosommato sottovalutata come Kirstin Hersh o dalla solidità delle Sleater Kinney. Se la ragazza si farà, è tutto da vedere. Per il momento non riesce a trovare una via d’uscita a un sentimento di devozione probabilmente sincero ma che sembra condannarla a un vicolo cieco.

12 Giugno 2013
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