Recensioni

7.21

Lo snobismo che colpisce molti all'interno dell'indie-mondo contemporaneo, sia che lo frequentino da semplice appassionati o da “addetti ai lavori”, spinge sempre a guardare con sospetto chiunque scriva canzoni semplicemente pop e con esse voglia guadagnarsi un proprio spazio di visibilità, chissà magari approdando anche all'heavy rotation di MTV o di Radio Capital. Eppure genuinamente pop sono Beatles, Beach Boys, Kinks e perfino quel genietto di Randy Newman. E se vogliamo guardare al nostro paese, moltissimi cantautori – anche quelli impegnati – erano (o sono) squisitamente pop. Nel piccolo indie-mondo, invece, quando qualcuno è troppo apertamente pop, agli occhi di chi sostiene che la “vera musica” non è “commerciale” e non deve mai fare l'occhiolino al mercato, sembra quasi dover scontare una colpa primigenia, come di aver infranto un tabù. Poi si dovrebbe discutere di quante copie vende un disco dei Broken Social Scene o degli Arcare Fire, specialmente in tempi di vacche magre per le major discografiche come quelli che stiamo vivendo. Certo, si risponderà che la qualità di Arcade Fire e BSS è altra rispetto al pop da classifica. Mah…

Questo paradosso tocca anche i We Are Scientists, il duo composto da Keith Murray e Chris Cain e allargato da qualche tempo con l'arrivo dell'ex Razorlight Andy Burrows, che dopo essere diventati un piccolo caso, soprattutto in Gran Bretagna, con With Love And Squalor (2006), aver proseguito su gli stessi livelli di orecchiabilità e ricerca del singolo spacca-radio con il successivo Brain Thrust Mastery (2008), ora ci provano con Barbara, il loro album più convincente e consistente (il loro quarto se si considera anche un primo album autoprodotto). Il loro problema, per i detrattori e per gli integralisti, è che non fanno altro che spingere il proprio pubblico a cantare a squarciagola tutti i loro ritornelli, senza che ci siano ricerche musicali chissà quanto artistiche (l'unica concessione al power-trio chitarra-basso-batteria è il synth pop di You Should Learn). Sarà anche vero, ma per quale motivo bisogni per forza ritenerlo un fattore negativo rimane un mistero. In effetti lo fanno così dannatamente bene, che ci immaginiamo la difficoltà di scegliere il primo singolo promozionale (scelta poi ricaduta sulla marcetta Franz Ferdinand di Nice Guys).

Il singolo, assieme all'opener Rules Don't Stop e a I Don't Bite, sono forse gli esempi migliori della loro ricerca del singolo perfetto, ma anche il resto dell'album scorre piuttosto bene, tra la ballatona da accendino (Pittsburgh), il basso pulsante di Cain che sostiene scarne tastiere e coretti un po' tamarri ma efficacissimi (Break It Up) e uno dei riff di chitarra più azzeccati degli ultimi anni (Central AC). Potremmo, quindi, continuare all'infinito a fare processi alle intenzioni, a chiederci quando poco siano nello spirito indie dei musicisti che non nascondono di voler semplicemente divertire il proprio pubblico, specialmente live, quando i ritornelli delle canzoni trovano la loro dimensione naturale nel canto corale, ma qui siamo di fronte a uno dei migliori esempi di stadium-indie-pop moderno: quello che gli U2 non riescono più a fare con divertimento.

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