Recensioni

I We Were Promised Jetpacks fanno parte di quella comunità scozzese che si è sviluppata, grosso modo, attorno ai Franz Ferdinand, il successo dei quali ha favorito anche band dalla storia più lunga come i Biffy Clyro. Un suono che ha in Interpol (che restano comunque di livello superiore), Editors o Death Cab for Cutie la propria pietra d’angolo, e che si declina, il più delle volte, da emo-core (e il ricordo va, nostalgicamente, su nomi di ben altro calibro come i Texas Is The Reason) in un melenso pastiche emo-grunge.
Per band come queste vale la teoria del fast-food: fideizzare il cliente attraendolo con una confezione sgargiante e con nomi esotici, distraendolo con un sapore vago ed indistinto e illudendolo di far parte di un mondo che non esiste.
Rispetto ai mille epigoni del genere tipo i Twilight Sad ( o i Frightened Rabbits), dai countingcrownismi davvero poco necessari, i nostri appaiono meno ampollosi, più genuini. La loro grammatica, fatta di spunti new wave (New Order o Gang of Four, filtrati attraverso gli stessi Interpol, con vaghissimi accenni agli Smiths), ricordi indie (i Weezer ed un quid fugaziano) e college rock (qualcuno cita, abbastanza a sproposito in realtà, i Sebadoh), produce brani certo più diretti, tirati e, per questo, più apprezzabili della media del genere. Superiori anche a quelli di un esordio ancora un po’ troppo incerto sulla strada da intraprendere. In definitiva un gruppetto e nulla più, da iPod (un pezzo o due e via per sempre dalla memoria) o da Youtube (un video fighetto o due – Medicine, Human Error – e via per sempre dalla memoria), per un genere che sembra creato in laboratorio da esperti di marketing.
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