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Pochi celebratissimi autori cinematografici, oggi, hanno la capacità di sintetizzare e rendere immediatamente riconoscibile non solo il proprio stile, ma un vero e proprio universo narrativo. Tra questi, per nostra fortuna, c’è Wes Anderson. L’ultima prova di questa capacità è Fantastic Mr. Fox, suo ottavo film e prima incursione nell’animazione stop motion.

La vicenda è tratta dalla favola omonima di Roald Dahl, pubblicata nel 1970. È l’ennesimo prelievo cinematografico dall’autore inglese. Mr. Fox è – meravigliosa tautologia – una volpe che, convinta dalla moglie Felicity, decide di abbandonare il passato fatto di scorribande nei pollai per condurre una vita rispettabile da giornalista. Ma il carattere è destino: non riesce a trattenersi dal commettere un’ultima serie di colpi, che pur andando a segno provocano la vendetta spropositata dei tre agricoltori derubati, Boggin, Bounce e Bean. Ne nasce una lotta di sopravvivenza, che è anche, come spesso in Anderson, un’educazione sentimentale e familiare.

La cosmogonia del regista è rispettata. Per chi temeva che il passaggio all’animazione in stop motion – a 12 frame al secondo – potesse snaturarne l’identità, la risposta è rassicurante. Visivamente cambia tutto, ma narrativamente nulla si sposta. Ogni cosa resta contenuta dentro l’inquadratura e da lì si espande, con la consueta precisione geometrica e poetica. Anderson parte dalla favola di Dahl per raccontare la sua storia o, per dirla con le parole di Alfonso Mastrantonio, “sempre lo stesso film”.

Ancora una volta ci troviamo di fronte a un racconto di trasformazione, di passaggio, di crescita. Il piccolo Ash – doppiato da Jason Schwartzman – è “diverso”, ma non sa ancora rispetto a chi o a cosa. È in conflitto con sé stesso, con il padre, con il cugino ospite in casa. Mr. Fox/George Clooney, a sua volta, è diviso tra il ruolo paterno e l’istinto selvatico. Felicity/Meryl Streep è la guida silenziosa, il timone di una tempesta domestica rallentata, un fuoco che brucia senza fiamme.

Attorno a loro, una costellazione di animali-oggetti narrativi, con le loro nevrosi, manie, fragilità e tic, sempre riconoscibili, sempre funzionali. Ed ecco che, a ben vedere, si riconosce tutto il cinema di Wes Anderson: uomini che tentano di capirsi, donne che li osservano cercando a loro volta di essere comprese, macchiette affettuose che attraversano lo schermo con una battuta, un gesto, uno sguardo. Tutti, protagonisti e comparse, sembrano ascoltare la stessa canzone: una melodia che sa di nostalgia e di estate che finisce troppo presto.

Di tutto questo, e anche di più, non possiamo che ringraziare Wes Anderson.

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